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Fighter of the Year 2026: e se nel pugilato non ci fosse un vero vincitore?

Nel 2026 nessun pugile sembra avere una candidatura davvero forte al Fighter of the Year: analisi dei nomi in corsa e dei limiti di un’annata deludente.

Redazione··3 min di lettura
What if we just don't name Fighter of the Year?

Fighter of the Year 2026: e se quest’anno, nel pugilato maschile, non ci fosse davvero nessuno che meriti fino in fondo questo riconoscimento? È una domanda insolita, ma guardando al calendario e ai risultati fin qui maturati, l’ipotesi non sembra affatto assurda. A meno di sorprese dell’ultima ora prima del 31 dicembre, il 2026 potrebbe chiudersi senza un pugile capace di costruire una candidatura convincente e completa.

Di solito, in questo periodo dell’anno, la corsa al premio è già ben delineata: uno o due pugili hanno ottenuto successi capaci di definire una carriera, altri hanno messo insieme più prestazioni di alto livello, e magari all’orizzonte c’è anche un grande scontro di fine anno pronto a cambiare tutto. Stavolta, invece, entrando in ottobre, il quadro appare molto più debole.

La sensazione è che ci siano quattro pugili di livello pound-for-pound con una sola vittoria importante a testa, ma senza un secondo incontro utile a rafforzare il curriculum. A questi si aggiunge una superstar con due successi discreti ma non memorabili, oltre a un match imminente tra due ottimi pugili che potrebbe spingere il vincitore nella discussione soltanto perché, al momento, mancano candidati davvero solidi.

I nomi in corsa, ma senza una candidatura definitiva

Naoya Inoue

Per molti resta il numero uno pound-for-pound e, proprio per questo, oggi è probabilmente anche il favorito naturale nella corsa al Fighter of the Year. Il suo successo su Junto Nakatani, pugile imbattuto e molto rispettato, ha certamente peso. Inoue ha vinto una decisione tirata ma meritata, in un confronto di altissimo profilo tecnico.

Il problema è che tutto il suo 2026 si riduce a questo. Una sola uscita, importante ma non tale da entrare automaticamente tra quelle destinate a essere ricordate per decenni. Se ci fosse stato un altro grande incontro entro fine anno, il dibattito sarebbe stato molto più semplice. Ma così non è.

Nel contesto delle categorie leggere, dove spesso il livello tecnico è elevatissimo e la concorrenza abbondante, una vittoria come quella contro Nakatani mantiene enorme valore. Tuttavia, per un premio annuale, il volume dell’attività resta un fattore difficile da ignorare.

Shakur Stevenson

Stevenson sembrava avere il premio in pugno già a inizio anno. Salendo di categoria e battendo con autorità Teofimo Lopez, ha conquistato il titolo lineare dei superleggeri con tre cartellini identici di 119-109. Una prestazione brillante, netta, contro un avversario di talento riconosciuto.

In un’annata normale, quel tipo di vittoria sarebbe stata la base ideale per una candidatura fortissima. In un’annata debole come questa, sarebbe bastato persino un secondo match di livello modesto per blindare il premio. Invece, dal 1° febbraio fino alla pubblicazione dell’articolo, Stevenson non ha più combattuto.

Si è parlato di un possibile incrocio con Manny Pacquiao, voce rapidamente smentita, e più di recente è emerso il nome di Gary Antuanne Russell. Se quel match si concretizzasse entro dicembre, il quadro cambierebbe sensibilmente. Ma i tempi della boxe moderna fanno pensare che sia un’ipotesi poco probabile.

Il dato centrale resta questo: la vittoria su Lopez è di grande spessore, ma da sola rischia di non bastare per rendere inattaccabile la sua candidatura.

David Benavidez

A maggio, nello stesso giorno del successo di Inoue su Nakatani, David Benavidez ha ottenuto uno dei risultati più impressionanti dell’anno. Salito dai mediomassimi ai cruiser, ha demolito Gilberto “Zurdo” Ramirez in sei riprese durissime, firmando una vittoria spettacolare e distruttiva.

Per impatto visivo e autorità, è stato uno dei picchi del 2026. Benavidez si è così inserito immediatamente tra i principali candidati di metà stagione. Ma anche in questo caso il problema è la continuità: non ha più combattuto, e non è chiaro se riuscirà a farlo prima della fine dell’anno.

Se dovesse tornare a dicembre contro Michael Cieslak, aggiungerebbe almeno una seconda presenza al suo bilancio stagionale. Sarebbe meglio di niente, ma il peso complessivo della candidatura dipenderebbe inevitabilmente anche dal livello percepito dell’avversario.

Per un pugile abituato a essere associato a grandi sfide e a categorie importanti come mediomassimi e cruiser, il 2026 rischia quindi di restare incompiuto nonostante una vittoria di enorme impatto.

Jaron “Boots” Ennis

Il 27 giugno Ennis ha superato Xander Zayas per stop al settimo round al termine di un match molto combattuto. È stata una vittoria significativa, anche se probabilmente meno forte, in termini assoluti, rispetto a quelle ottenute da Inoue, Stevenson e Benavidez.

Proprio per questo Ennis sembrava il candidato con più margine di crescita: se gli altri fossero rimasti fermi e lui fosse tornato sul ring una seconda volta, avrebbe potuto anche balzare in testa alla corsa. Ma finora non è accaduto.

Il possibile incontro con Josh Kelly potrebbe essere fissato per dicembre oppure slittare a gennaio. Se arrivasse entro la fine del 2026, due vittorie come quelle su Zayas e Kelly, pur senza essere storiche, potrebbero diventare sufficienti in un anno così povero di candidature davvero forti.

Nella categoria welter e dintorni, dove tradizionalmente il livello è alto e la competizione serrata, l’attività resta decisiva. Senza un secondo successo, anche la posizione di Ennis resta inevitabilmente sospesa.

Ryan Garcia

Garcia almeno ha un argomento che molti rivali non possono vantare: nel 2026 ha già combattuto due volte. E non solo ha vinto entrambe, ma ha anche convinto in modi diversi. Contro Mario Barrios ha mostrato completezza, mandandolo al tappeto nel round iniziale e poi gestendo il match sulle 12 riprese. Contro Conor Benn, invece, ha fatto valere subito la potenza, chiudendo i conti in un round e mezzo.

Il limite della sua candidatura sta però nel valore attribuito agli avversari. Barrios viene presentato come un campione vulnerabile, uno di quei detentori di cintura che molti sceglierebbero volentieri come bersaglio. Benn, a sua volta, non viene considerato un successo sufficiente per alzare davvero il livello della corsa.

Per questo il 2026 di Garcia divide: c’è chi pensa che abbia davvero cambiato marcia e chi invece ritiene che sia stato soprattutto il matchmaking a costruirgli il percorso migliore. In ogni caso, avere due vittorie nette lo tiene pienamente dentro la conversazione.

Il vincitore di Emanuel Navarrete vs O’Shaquie Foster

C’è poi un match che potrebbe cambiare gli equilibri più di quanto sembri. Navarrete ha già nel suo record stagionale un TKO all’undicesimo round su Eduardo Nunez in una sfida considerata piuttosto equilibrata. Foster, invece, ha battuto Raymond Ford con una majority decision meritata partendo da favorito moderato.

I due si affrontano tra tre settimane, e il vincitore potrebbe firmare il miglior successo della propria carriera, soprattutto nel caso di Foster. Se il verdetto sarà netto e il match all’altezza delle attese, chi uscirà vincitore potrebbe anche superare Garcia nel gruppo dei pugili con due affermazioni di qualità nel 2026.

Si tratta quindi di uno degli ultimi snodi realmente importanti della stagione, in una corsa al premio che finora non ha ancora trovato un padrone credibile.

Un’annata debole rispetto al passato

Non sarebbe la prima volta che assegnare il Fighter of the Year risulta complicato. Il 1999, ad esempio, viene ricordato come un anno poco soddisfacente sotto questo aspetto. Felix Trinidad batté sia Pernell Whitaker sia Oscar De La Hoya, ma il successo su De La Hoya restò discusso. Lennox Lewis chiuse 1-0-1 contro Evander Holyfield, unificando di fatto la scena dei pesi massimi, ma i due incontri lasciarono più polemiche che ricordi tecnici. Paulie Ayala ottenne un grande upset contro Johnny Tapia, ma le altre vittorie stagionali arrivarono contro avversari minori.

Nessuna di quelle opzioni fu perfetta, eppure oggi sembrano candidature più soddisfacenti rispetto a quelle che il 2026 sta mettendo sul tavolo.

All’epoca, a The Ring, dopo molte discussioni, la scelta ricadde su Ayala. Il paragone con Inoue nasce proprio da lì: il suo successo su Tapia aveva un merito simile, per valore generale, a quello di Inoue su Nakatani. Ma difficilmente sarebbe bastato da solo, senza altre apparizioni durante l’anno.

Quando una sola vittoria può bastare davvero

Il punto non è escludere a priori un pugile che abbia combattuto una sola volta in un anno. In alcuni casi, una singola impresa è sufficiente. Ma deve trattarsi di qualcosa di davvero eccezionale.

L’esempio richiamato è Terence Crawford lo scorso anno, quando salì di due categorie e batté nettamente Saul “Canelo” Alvarez. Oppure lo stesso Crawford nel 2023, quando dominò Errol Spence. In passato, George Foreman nel 1994 fu considerato da molti il Fighter of the Year pur avendo combattuto una sola volta, perché in quella sola serata divenne campione lineare dei pesi massimi a 45 anni. Marvelous Marvin Hagler fu addirittura co-vincitore del premio nel 1985 pur avendo disputato appena otto minuti di boxe: un riferimento che per gli appassionati ha un significato chiarissimo.

Ecco la differenza: una sola vittoria può bastare, ma soltanto se lascia un segno storico. E l’impressione è che Inoue-Nakatani, Stevenson-Lopez, Benavidez-Ramirez ed Ennis-Zayas, per quanto validi, non appartengano a quella categoria.

Meglio lasciare vacante il premio?

In un’annata diversa, probabilmente nessuno prenderebbe sul serio l’idea di inserire Daniel Dubois nella discussione soltanto in caso di una seconda vittoria su Fabio Wardley. Nel 2026, però, persino questo genere di riflessione finisce per trovare spazio. Ed è proprio questo il segnale del problema.

La boxe di vertice, oggi, soffre anche per la scarsa frequenza con cui i migliori salgono sul ring. Se il movimento non riesce a offrire continuità ai tifosi e se i grandi nomi combattono così poco, allora diventa legittimo chiedersi se abbia davvero senso forzare l’assegnazione di un Fighter of the Year.

L’idea finale è netta: se nessuno riesce davvero a guadagnarsi il titolo sul ring, forse la soluzione più giusta sarebbe non assegnarlo affatto e lasciare il premio vacante per il 2026.

Modifiche apportate: testo tradotto e riscritto in italiano giornalistico; riorganizzata la struttura in paragrafi e sottotitoli; eliminate ripetizioni e contenuti promozionali/duplicati non pertinenti; ampliato il contesto su candidati, categorie e significato del premio senza aggiungere fatti non presenti nell’originale.

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