Frank Warren critica il ritiro di Hamzah Sheeraz dal titolo e apre un caso destinato a far discutere nel pugilato mondiale. Il promoter britannico, dopo aver vinto l’asta per organizzare la difesa di Hamzah Sheeraz contro Janibek Alimkhanuly, si è ritrovato pochi giorni dopo davanti a una decisione clamorosa: Sheeraz ha rinunciato alla cintura WBO dei supermedi. Una scelta che, inevitabilmente, solleva interrogativi pesanti sul valore reale di quel titolo e sulle intenzioni del pugile inglese.
Warren non ha nascosto tutta la sua delusione. In settimana, parlando ai media britannici, si è detto "molto, molto deluso" dall’evoluzione della vicenda. Queensberry aveva presentato l’offerta più alta nell’asta, fissata a 1.001.809 dollari, con una quota di circa 750.000 dollari destinata a Sheeraz secondo la divisione stabilita. Per il promoter, si trattava di un passaggio importante, costruito anche grazie al lavoro del suo team per portare il pugile nelle condizioni di conquistare e difendere un titolo mondiale.
Il problema, però, è arrivato subito dopo. Sheeraz ha contestato l’ordine della WBO di affrontare Alimkhanuly, richiamando anche il tema di un precedente test antidoping fallito dal kazako. Un’obiezione che può avere una sua base sul piano politico e regolamentare, ma che agli occhi dell’opinione pubblica non cancella la domanda centrale: se rinunci alla cintura appena viene resa obbligatoria una difesa così pericolosa, quanto eri davvero disposto a pagare il prezzo di essere campione?
Dal punto di vista tecnico, il match con Janibek Alimkhanuly rappresentava un esame durissimo. Sheeraz, nel mese di luglio, aveva già mostrato alcune crepe contro Simon Zachenhuber, faticando a contenere un avversario mobile e salvando il titolo con una majority decision, con un cartellino addirittura in parità. Contro Alimkhanuly il livello di rischio sarebbe stato ancora più alto: mancino, potente, con pedigree internazionale e da tempo considerato uno dei pugili più evitati del circuito.
Non è un mistero che Janibek incarni il profilo dell’avversario scomodo per eccellenza: alto rischio, ritorno economico non paragonabile ai grandi eventi e fame assoluta di affermazione. Proprio per questo, molti campioni hanno sempre guardato altrove quando si è trattato di affrontarlo in incontri di unificazione o in difese obbligatorie. Per lui, la sfida a Sheeraz avrebbe rappresentato l’occasione perfetta per imporsi definitivamente sulla scena mondiale e conquistare borse ben più importanti in futuro.
In questo contesto, la rinuncia di Sheeraz pesa ancora di più. Per una parte degli addetti ai lavori e dei tifosi, la sensazione è che il britannico abbia fatto un semplice calcolo tra rischio e rendimento. Mettere in palio tutto contro un avversario così pericoloso, per una borsa da circa 750.000 dollari, potrebbe essere stato ritenuto un affare troppo rischioso, soprattutto dopo una prestazione non impeccabile contro Zachenhuber. Una sconfitta netta, magari davanti al pubblico di casa, avrebbe potuto compromettere seriamente l’aura costruita attorno al suo nome negli ultimi anni.
Warren, inoltre, ha lasciato intendere di non apprezzare i consigli ricevuti dal pugile nel suo entourage. Il promoter ha ricordato che Queensberry ha ancora un contratto con Sheeraz, e questo aggiunge ulteriore interesse alla gestione del prossimo incontro. Se davvero il pugile fosse vicino alla fine dell’accordo e intenzionato a separarsi dalla scuderia, per Warren non ci sarebbe alcun particolare motivo di confezionargli un addio comodo. Al contrario, un avversario impegnativo potrebbe trasformarsi sia in un match vendibile sia in una nuova occasione per verificare il reale livello del pugile.
Al momento non esiste ancora un piano ufficiale per la prossima uscita di Sheeraz, ma il quadro è cambiato radicalmente. Un campione che punta a nomi come Canelo Alvarez si presenta al tavolo delle trattative con una cintura da esibire. Sheeraz, dopo questa rinuncia, non ha più quel vantaggio negoziale. Se il suo team ha davvero in mano un’opportunità più grande e più remunerativa, la scelta potrebbe essere rivalutata col tempo. Fino a quel momento, però, l’immagine che resta è quella di un pugile che ha lasciato sul tavolo un mondiale e un confronto ad altissimo rischio.
Nel pugilato, i tifosi accettano difficilmente le giustificazioni morali quando un titolo viene abbandonato davanti a una difesa considerata da incubo. Se l’avversario designato fosse stato un contender marginale o privo di potenza, il discorso economico o regolamentare avrebbe potuto reggere meglio. Ma nel momento in cui il nome è quello di Janibek Alimkhanuly, considerato da molti una macchina da guerra kazaka con pedigree d’élite, la narrazione cambia completamente.
Un altro aspetto che alimenta il dibattito riguarda il parallelo con le ambizioni future di Sheeraz. L’idea di puntare a una super sfida con Canelo Alvarez resta affascinante sul piano commerciale, ma stride inevitabilmente con il rifiuto di una difesa obbligatoria contro un avversario nel pieno della carriera e ad altissima pericolosità. Per questo la decisione viene letta da molti come una scelta di autoconservazione più che come una presa di posizione di principio.
Il verdetto definitivo, come spesso accade, lo darà il prossimo match. Se Sheeraz tornerà con una sfida di livello, magari capace di rilanciarlo subito nel giro che conta, allora il sacrificio della cintura potrà essere interpretato come una mossa strategica. Se invece il prossimo passo sarà contro un rivale più abbordabile, le critiche di Warren e i sospetti dei tifosi troveranno ancora più forza. Di certo, in questa fase, il pugilato internazionale osserva con attenzione: il caso Sheeraz-Alimkhanuly è diventato molto più di una semplice rinuncia a un titolo.




