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Gimondi e il Giro d’Italia 1976: una vittoria epica

Il Giro d’Italia 1976 raccontato attraverso l’impresa di Felice Gimondi, la rimonta su De Muynck e una sfida entrata nella storia del ciclismo.

Redazione··3 min di lettura
Gimondi e il Giro d’Italia 1976: una vittoria epica

Mi ha colpito e fatto riflettere, una frase nella ‘quarta’ della cover che illustra il percorso dell’autore verso lo sport e il ciclismo in particolare.: “Considera la bicicletta una filosofia di vita che gli permette di osservare e vivere con lentezza il mondo che lo circonda”. Il titolo è riduttivo in rapporto allo specifico di un lavoro assai più ricco di informazioni, fermo restando il ruolo da protagonista di Felice Gismondi. Ho trovato interessanti le divagazioni culturali che fanno conoscere le storie di città altrimenti solo nomi senza storia. Oltre ad informazioni varie, dalla presenza di Raoul Casadei, il re del liscio, nella cui terra i Malatesta furono signori di Rimini e sempre in quel lembo di terra, le vicissitudini di Paolo e Francesca che il divino Dante racconta nel V canto dell’Inferno. Altro particolare positivo, i corridori non sono solo numeri e nomi. Dal plotone belga (Rik van Linden, Patrick Sercu, Roger Daa Vlaeminck, Johan de Muynck, Freddy Maertens), dominatori della prima parte della corsa, fatti conoscere nel dettaglio: le loro personalità, i successi più importanti. Lungo i 4162 km. uno dei Giri dal maggior chilometraggio, inferiore solo a quello del lontano 1954 (4337). Il tutto suddiviso in 22 tappe, ben dodici delle quali oltre i 210 km. Quel Giro del 1976 fece capire come il futuro fosse nelle gambe di Francesco Moser e che il “cannibale” Eddy Merckx, avesse imboccato il viale del tramonto. In contemporanea viene annunciato il ritiro della Molteni, la squadra presente per un ventennio da protagonista nel ciclismo internazionale nella quale dal 1971 per sei stagioni ha militato Merckx nel suo momento migliore, siglando ben 246 vittorie! Il libro uscito cinquant’anni dopo l’impresa di Gimondi compiuta alla non più tenera età di 34 anni a distanza di nove anni dal primo e sette dal secondo. Un record sontuoso per il bergamasco di Sedrina, annoverando le vittorie al Tour (1965) e alla Vuelta (1968). Campione del mondo (1973), Milano-Sanremo, Parigi-Roubaix e due volte il Giro di Lombardia, oltre al Tour dell’Avvenire da dilettante. Nonostante la presenza del “cannibale” belga, ha ottenuto 139 vittorie, col record al Giro d’Italia di nove podi e sette vittorie di tappa. Oltre ad una maggiore longevità agonistica. Altro merito del libro aver raccontato ogni tappa con dovizia di particolari senza cadere nell’ovvio. Una scrittura fresca, veloce e il pregio di saper creare la giusta suspence. In particolare nelle tappe decisive, quando Gimondi conquista la maglia rosa e ancor più quando la perde. Un Giro all’insegna dell’incertezza, col belga Johan de Muynck che sfila a Gimondi la maglia rosa detenuta dall’ottava tappa, a quattro dalla fine. Come un thriller da fiato sospeso, la rimonta miracolosa nell’ultima giornata. Meglio, nella semitappa a cronometro ad Arcore, annullando i 25” di vantaggio che aveva il belga Johan de Muynck, In trenta chilometri scanditi dal cronometro, l’italiano me recuperava 44”, coronando il sogno della vittoria. A proposito delle cronometro, divertente l’accostamento del cronomen a Don Chisciotte: “Colui che si ostina a voler battere un avversario per sua natura imbattibile. Ovvero il tempo”. Tra le imprese dell’autore, da non sottovalutare l’intervista a Franco Balmamion, piemontese di Nole, professionista dal 1961 al 1972, vincitore di due Giri d’Italia (1962-’63), terzo al Tour 1973, ha brillato per i suoi silenzi. Riservato al massimo ha fatto eccezione con Massimiliano Muraru. Complimenti. Ho rivelato una minima parte del libro, che scorre piacevolmente, senza avere inciampi. Consigliabile a tutti gli sportivi nella pratica e nelle intenzioni.
Giuliano Orlando

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