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Come è nato “In the Shadows”, il biopic su Ramla Ali

Il biopic “In the Shadows” racconta la vita di Ramla Ali: dalla fuga dalla Somalia alla boxe, tra riprese intense, cambi di cast e ricordi personali.

Redazione··3 min di lettura
How the Ramla Ali biopic "In the Shadows" was made through sweat and tears

Settembre 2024: essere coraggiosi

Ramla Ali chiama sua madre dal suo Airbnb a Malindi, in Kenya. Sa che la conversazione sarà difficile e si prepara ad affrontarla.

È in Kenya per le riprese di “In the Shadows”, il biopic ispirato alla sua vita. Le riprese sono all’ultima settimana e la troupe sta ricostruendo alcuni episodi della sua prima infanzia in Somalia: eventi che costrinsero la famiglia a lasciare il Paese e avviarono il percorso che avrebbe portato Ali a Londra, dall’altra parte del continente, dove sarebbe diventata pugile, filantropa e modella.

La scena del giorno racconta la morte di suo fratello. Fu ucciso da un ordigno esploso nel giardino di famiglia durante la guerra civile somala, iniziata nel 1988. Il suo corpo venne portato in ospedale su una carriola. Ramla era una neonata e non conserva ricordi diretti di quei fatti.

«Non voglio andare sul set», dice alla madre.

«Non fuggire mai dal tuo passato», le risponde lei. «Io l’ho vissuto e l’ho affrontato, quindi tu puoi guardarlo. Sii coraggiosa. Accogli quello che sentirai, anche se farà male, anche se ti farà piangere».

Ali piange di rado. Le esperienze da rifugiata, la vita a Londra e i combattimenti sul ring l’hanno resa resistente. Ma, mentre raggiunge il set, sente crescere qualcosa dentro di sé. Guarda una ripresa dopo l’altra della scena in cui muore il fratello e, alla fine, le lacrime arrivano. Lavora al film da sette anni; il percorso è stato lungo e non è ancora finito. In quel momento, però, tutto le sembra troppo. Si allontana dal set e dal passato che la scena ha riportato in superficie, poi vaga per le strade di Malindi piangendo liberamente.

La gente la guarda.

A lei non importa.

Giugno 2023: con i piedi ben saldi

Letitia Wright è sul sedile posteriore di un van nero che attraversa New Orleans. La serata avrebbe dovuto avere un altro programma: l’attrice pensava di festeggiare a cena con Ali dopo la sua ultima vittoria e di assorbire quell’energia, utile per interpretarla nel ruolo principale di “In the Shadows”.

Invece sta raggiungendo l’University Medical Center insieme a Tiara Brown, amica di Ali e pugile. Ramla deve sottoporsi a controlli per una commozione cerebrale dopo essere stata messa KO da Julissa Alejandra Guzmán. È la sua prima sconfitta da professionista, vendicata quattro mesi più tardi. Wright, con occhiali da sole Prada neri, aveva assistito al match proprio dietro l’angolo di Ali.

«Con i piedi ben saldi», dice Brown.

«Ne parla persino Drake», risponde Wright.

Arrivate in ospedale, scoprono che la sicurezza non vuole far entrare tutti. Wright dice allora di essere anche lei una pugile e riesce a passare. Si mette una mascherina giallo pallido e si accomoda su una sedia verde petrolio nella spoglia sala d’attesa.

La notte si annuncia lunga. La piccola cerchia di Ali — Wright, Brown e Gardner Moore, un amico arrivato da Londra — aspetta per ore. Alla fine Richard Moore, marito di Ali, ringrazia tutti per essere venuti, ma insiste perché se ne vadano.

Nessuno si muove.

«Con i piedi ben saldi», ripetono Brown e Wright.

«Anche Richard ha dieci mani ben piantate», scherza Gardner Moore.

Wright chiarisce che non se ne andrà, anche a costo di perdere il volo delle sei del mattino per Miami. Per ingannare l’attesa, chiede a Brown informazioni sulle regole della boxe, le clausole sull’idratazione, i pugili, gli incontri e le commissioni pugilistiche. Vuole conoscere meglio il mondo in cui sta per entrare.

Wright aveva scoperto la storia di Ali l’anno prima, ascoltando un episodio del podcast ESPN Daily. Le due si erano poi incontrate per caso a una sfilata di Alexander McQueen. Ali le aveva inviato la sceneggiatura, che ripercorre il viaggio della famiglia dalla Somalia al Kenya, poi a Dubai e infine in Inghilterra. Racconta l’infanzia nelle case popolari dell’East London e la decisione di cominciare a fare boxe intorno ai 13 anni, per reagire al bullismo e trovare la propria strada. Per anni Ramla si allenò di nascosto, perché la scelta era in contrasto con le convinzioni della famiglia. Quando il segreto venne scoperto, fu costretta a smettere; poi riprese senza dirlo ai suoi. In seguito rese pubblica la propria carriera, decisa a puntare alle Olimpiadi e a rappresentare la Somalia.

La storia conquista Wright, che accetta il ruolo poche settimane prima. Ora si trova in una sala d’attesa di pronto soccorso e racconta di aver riservato in agenda diversi allenamenti di boxe alla settimana con Valerian Spicer, amico di Ali e coordinatore delle scene pugilistiche del film.

Passano due ore. Wright ha fame, è tardi e cerca qualcosa da mangiare.

«Rimarrà delusa dal distributore automatico», dice Brown.

Wright torna con un sacchetto di Chester’s Flamin’ Hot Fries. Per una sera cupa, è un raro motivo di risate. Poco dopo Richard Moore esce di nuovo: Ali è stata ricoverata al pronto soccorso e resteranno lì tutta la notte. Gli amici possono almeno salutarla brevemente.

Wright entra nella stanza bianca, piena di apparecchiature mediche. Ali è seduta sul letto e sembra sorprendentemente di buon umore. Wright le dice che ormai sono «fam» e «girl fam»; si promettono di vedersi a Londra quando entrambe saranno rientrate.

Pochi minuti dopo, Wright sale sul sedile posteriore di un van Uber. Brown si siede davanti. L’autista chiede perché fossero in ospedale. Wright spiega che lei e Brown sono pugili.

Quando l’auto arriva all’hotel, Wright scende.

«Oh mio Dio, è Letitia Wright!», grida una sposa all’esterno.

Wright si infila nella hall e l’Uber riparte.

«Aspetta», dice l’autista mentre si dirige verso la destinazione successiva. «Black Panther era appena nella mia macchina?»

Febbraio 2024: ripercorrere la strada

Ali e Wright camminano nel quartiere londinese di Whitechapel, ripercorrendo i luoghi dell’infanzia della pugile. Dopo essere fuggita dalla Somalia, la famiglia arrivò in Inghilterra nel 1992 e si trasferì tra diversi quartieri dell’East London. Ramla era una bambina. A distanza di oltre vent’anni, quei luoghi sono ancora profondamente legati alla sua storia.

Le due raggiungono un gruppo di edifici disposti attorno a un cortile. Wright, quasi irriconoscibile con un cappellino della scuola di recitazione di Yale e una giacca imbottita grigia, prende il telefono e comincia a riprendere.

«Inquadra quell’angolo, fai zoom», le dice Ali. È il complesso di case popolari in cui viveva, proprio l’edificio dove per anni tenne nascosti gli allenamenti iniziati intorno ai 12 anni.

«Avviciniamoci», propone Wright. «Sarebbe bello bussare alla porta».

Ali fa una smorfia: non se ne parla.

«È quell’appartamento», dice poi, indicando una zona a metà dell’edificio color mattone. Si fermano vicino all’angolo.

«Vedi il balcone lì?», chiede Ali, indicando in alto.

Wright sorride. «E dalla tua stanza cosa vedevi?»

«La mia stanza era questa, qui», risponde Ali.

«Quindi vedevi da questa parte, verso il cortile», dice Wright, indicando la direzione. Poi, con la voce che si fa più acuta, aggiunge: «La piccola Ramla».

Le due raggiungono l’ingresso mentre Ali canticchia una melodia indistinta. Guardano la porta blu del numero 26, la sua vecchia casa.

«È pazzesco», osserva Wright. «Leggendo la sceneggiatura me l’ero immaginato, ma vederlo è tutta un’altra cosa».

«Il nostro appartamento era dietro queste tre finestre e le altre tre», spiega Ali.

Wright le chiede se avessero buoni vicini; Ali chiarisce dove iniziava l’appartamento accanto. «Non li abbiamo mai conosciuti», dice.

Wright propone ancora di bussare, ma Ali rifiuta: non sa chi abiti lì adesso.

Attraversano un sottopassaggio coperto di graffiti che collega la vecchia casa di Ali a Weavers Field, il parco dove correva durante i primi allenamenti. Passano accanto a panchine blu e attrezzi per l’attività fisica. Wright racconta che, quando torna a Tottenham, sul bus 243 rivede se stessa da giovane.

«Mi manca quel periodo: sul bus potevo sedermi e pensare a quello che volevo fare della mia vita», dice.

Wright le chiede se provi la stessa sensazione.

«Non è che riesca a vedere me stessa da piccola», risponde Ali. «Però riconosco le cose che facevo. Venivo qui a correre, a volte, ma anche solo a passeggiare: è un bel parco. D’estate facevo picnic con le mie amiche».

«Che effetto ti fa tornare in posti così?», domanda Wright.

«È bello vedere quanto sia cambiata la zona. Però è brutto che si sia sviluppata al punto da spingere fuori tante persone che la consideravano casa. Allo stesso tempo, è piacevole vederla così bella».

Camminano lungo Wilmot Street, una fila di abitazioni eleganti. Ali racconta che alcune amiche la lasciavano lì e lei proseguiva a piedi fino a casa, sperando di dare l’impressione di avere una vita diversa.

Si immettono poi su Bethnal Green Road, la strada principale del quartiere, piena di negozi e venditori sui marciapiedi. Scherzando, immaginano cosa sarebbe successo se i loro genitori avessero comprato loro delle Nike contraffatte in strada.

«Non sei mai stata alla York Hall?», chiede Ali, riferendosi alla palestra dove disputò molti dei suoi primi incontri.

«No», risponde Wright. «Però ho percorso questa strada tantissime volte».

La sua chiesa si trova proprio lì. Per la prima volta nel pomeriggio, qualcuno la riconosce e le chiede una foto. Ali e Wright parlano di pollo con patatine e di come cambino i gusti crescendo.

Quando arrivano alla York Hall, Wright tira fuori il telefono.

«Che cosa hai fatto qui?», domanda.

«Qui ho vinto i miei primi campionati nazionali», risponde Ali.

«Ah», esclama Wright, con il volto illuminato.

Provano a entrare, ma senza appuntamento non è possibile. Wright dice che vorrebbe assistere a un incontro lì, per conoscere meglio il luogo. Racconta anche che, ogni volta che può, guarda sul telefono i vecchi combattimenti.

All’esterno, Wright chiama un’auto. Aspettano davanti alle ringhiere rosse e verdi della York Hall.

«Ti è piaciuto il piccolo tour?», chiede Ali.

«Quando interpreto una persona vera, voglio visitare i luoghi», risponde Wright.

Inverno 2024: una premonizione

Moore e Ali dormono. Sono le cinque del mattino e Ali è a Los Angeles per prepararsi al match titolato di giugno contro Yamileth Mercado.

Le riprese del film sono ancora lontane. Arrivare fin lì è stato un percorso pieno di ostacoli: Moore e la sua amica di lunga data, la produttrice Madeleine Sanderson, avevano inizialmente immaginato un documentario, prima di optare per un film di finzione. Coinvolsero il regista Anthony Wonke e la produttrice candidata all’Oscar Lee Magiday, che commissionò una sceneggiatura e raccolse i fondi per finanziare il lungometraggio indipendente.

Poi arrivarono la pandemia di COVID e gli scioperi di Hollywood del 2023. Ora, però, cast, troupe e location stanno prendendo forma. La produzione dovrebbe finalmente partire quell’estate.

Almeno, questo è il piano più recente. Moore conosce bene l’imprevedibilità del settore. Da adolescente aveva lavorato come runner per una serie drammatica britannica; in seguito aveva fondato una propria società di produzione, realizzando documentari televisivi, spot e videoclip. Aveva conosciuto Wonke e collaborato con Sanderson a un documentario di BBC Films, prima di fondare con lei Curate Films.

Ha imparato a dormire anche quando intorno ci sono incertezza e problemi che terrebbero svegli altri. Quella notte, però, qualcosa lo scuote. Una premonizione. Si gira verso la moglie.

«Letitia abbandonerà il film», le dice. «E Jasmine Jobson interpreterà te».

Ali lo guarda e scuote la testa.

«Perché non sogni mai che vinco un titolo mondiale?»

Luglio 2024: la risposta è sì

Jasmine Jobson riceve un messaggio urgente: il suo team vuole che legga subito una sceneggiatura. C’è un ruolo libero e potrebbe essere quello giusto per lei.

Apre il copione e comincia a leggere la storia della pugile che aveva visto combattere alcune volte. Il ruolo da protagonista è rimasto disponibile perché Wright ha lasciato il progetto per ragioni non rese note, un mese prima dell’inizio delle riprese. La sua portavoce ha dichiarato che l’attrice non avrebbe commentato. Il cambio ha fatto slittare la produzione di due settimane.

Quando arriva alla scena della morte del fratello di Ali, Jobson capisce di voler interpretare quel ruolo. In lacrime, telefona alla sua agente per dirle che la storia le piace moltissimo.

«Non ho ancora finito di leggere, ma ti richiamo», dice. «La risposta è sì».

Luglio 2024: i segreti più profondi

Jobson cammina nell’East London con Ali e Moore. È il loro primo incontro: accettando la parte, mette fine a un periodo che Moore descriverà in seguito come «più stressante di un match per il titolo mondiale».

Non è il tour dei luoghi d’infanzia che Ali aveva fatto con Wright sei mesi prima. Questa volta serve soprattutto a conoscersi. Durante la passeggiata, Jobson si ferma per le foto con alcuni fan che la riconoscono come Jaq, il personaggio della serie britannica di successo “Top Boy”. Pochi mesi prima aveva vinto un premio BAFTA come miglior attrice non protagonista per quel ruolo.

Tra una foto e l’altra, e prima di assistere a un allenamento di Ali, Jobson le racconta la propria vita: a 14 anni era entrata in affido, aveva imparato a cavarsela senza un genitore e pensa che, senza quella svolta, avrebbe potuto essere morta o in prigione. «Mi ha cambiato completamente la vita».

Ali sente subito che ogni distanza tra loro si è ridotta.

«Se qualcuno si fida di me al punto da raccontarmi i suoi segreti più profondi e oscuri», dice, «allora è una persona di cui ci si può fidare davvero».

Agosto 2024: il primo giorno sul set

Sono le 8:55. Ali è seduta sulla poltrona di un barbiere nel trailer del trucco, vicino al Broad Street Amateur Boxing Club, nel quartiere londinese di Shadwell. È il primo giorno in cui Jobson girerà scene sul ring, dopo due settimane di preparazione intensiva con Spicer. Ali non è lì soltanto per guardare: mentre la stylist comincia a intrecciarle i capelli, lei fa domande sulla sua vita tra un boccone di granola e l’altro. Quando la donna parla di corsa, Ali le racconta del Ramla Ali’s Sisters Club, il progetto non profit che offre alle donne spazi sicuri per imparare la boxe e costruire una comunità.

In sottofondo suona musica classica. La stylist prepara due trecce, una per lato. Le due parlano di pane senza glutine, ADHD, della stanchezza di Ali, dei giovani che non fanno più domanda per l’università e dei coordinatori di boxe sui set. Vicino al trailer del trucco ce n’è uno contrassegnato dalla sigla “1B”: è quello di Ali, che ora fa da controfigura pugilistica a Jobson.

Per Ali è il primo giorno come attrice sullo schermo.

Due anni prima, prima dell’inizio della produzione, i produttori di “In the Shadows” le avevano chiesto se volesse interpretare se stessa, non come controfigura ma da protagonista. Ali frequentava corsi di recitazione a Los Angeles e si stava appassionando, ma pensava di non avere ancora l’esperienza necessaria per sostenere un film da diversi milioni di dollari. Rifiutò.

«All’epoca non mi sentivo pronta», dirà in seguito. «Se me lo chiedessero adesso, se il film si facesse oggi, probabilmente direi di sì».

Agosto 2024: mi è rimasto dentro

Jobson si muove sul set con la vestaglia bianca, ripassando le battute e i movimenti sul ring. «È stata sicuramente una sfida», dirà in seguito. «Non sto inventando un personaggio: devo interpretare una persona reale. È la sua vita, quindi devo fare molta attenzione».

Sia Ali sia Jobson ne sono consapevoli. Per Ali, l’autenticità viene prima di tutto: il film consegnerà la sua storia alla memoria. Segue con attenzione il piccolo monitor sopra la spalla di Wonke.

«Aspettate! Il paradenti», grida.

Ha notato che Jobson è sul ring senza il paradenti. Le riprese si fermano e alcuni membri della troupe si mettono a cercarlo. Quando lo trovano, lo sistemano in bocca all’attrice. L’imprevisto è risolto e Jobson può continuare. Il testo originale si interrompe qui.

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