Joe Bugner torna al centro della scena attraverso un nuovo libro che ripercorre una vita fuori dal comune, tra grande pugilato, celebrità internazionali e una reputazione pubblica spesso controversa. A raccontarlo è il figlio Joseph Bugner Jr, oggi 56enne, che insieme all’autore David Tossell ha firmato The Bugner Identity, volume dedicato alla parabola umana e sportiva dell’ex campione britannico, europeo e del Commonwealth dei pesi massimi.
Il racconto parte anche da episodi curiosi e memorabili. Bugner Jr sta ricordando le volte in cui il padre definì qualcuno un “f****** idiot”, in una conversazione che finisce per includere nomi come Elvis Presley e Russell Crowe. “Potrei anche essere stato presente quando accadde la storia di Elvis”, racconta il figlio. “Ero piccolissimo, ma in quel viaggio a Las Vegas c’ero di sicuro”.
L’episodio risale al 1973, quando Joe Bugner si trovava in città per il primo dei suoi due incontri con Muhammad Ali. Nello stesso hotel soggiornava anche Elvis Presley, che invitò entrambi nella sua suite. “Elvis regalò ad Ali una vestaglia con la scritta ‘People’s Choice’ sulla schiena per l’ingresso sul ring”, ricorda Bugner Jr. “Mio padre chiese più o meno: ‘E la mia dov’è?’. Poi Elvis disse qualcosa che a mio padre non piacque. Da quello che so, mio padre lo chiamò ‘f****** idiot’. O forse ‘d***head’”.
Non fu l’unico bersaglio di certe uscite. “In effetti chiamò così diverse persone. Una di queste fu Russell Crowe. Molti anni dopo. All’inizio aveva ingaggiato mio padre come consulente pugilistico per Cinderella Man, ma poi scelse qualcun altro. Mio padre la prese malissimo”.
Il dolore per la scomparsa e gli anni segnati dalla demenza
Dietro i ricordi divertenti c’è però anche una nota di dolore. È passato poco più di un anno dalla morte di Joe Bugner, scomparso a 75 anni in Australia, il Paese che aveva chiamato casa per quattro decenni. Negli ultimi anni della sua vita, una delle personalità più riconoscibili e discusse del pugilato britannico era stata colpita dalla demenza.
“Fa ancora male”, confessa Bugner Jr. “Mi manca. La demenza è terribile, davvero terribile, ma direi che lui ne ha avuta una versione buona. Voglio dire che era felice”. Il figlio spiega che, nella mente del padre, il tempo sembrava essersi fermato. “Nella sua testa aveva ancora 38 anni e si stava preparando per un incontro di boxe. Il giorno dopo poteva pensare di stare facendo un’intervista per i giornali. In realtà era semplicemente seduto nella sua stanza, nella casa di cura, ma è stato felice fino agli ultimi giorni. E ha avuto davvero una vita incredibile”.
Un libro per rileggere una figura complessa
È proprio questa eredità ad aver spinto Bugner Jr e David Tossell a lavorare su The Bugner Identity. Il libro prova a entrare nel mistero di un personaggio difficile da incasellare: il bambino fuggito a piedi dall’Ungheria occupata dai sovietici a soli sei anni, l’uomo capace di arrivare ai punti due volte con Muhammad Ali e di completare la distanza anche contro Joe Frazier, ma anche il personaggio mondano che giocava a calcio con Rod Stewart, faceva golf con Dean Martin, chiamò un figlio in onore di James Hunt e scelse Tom Jones come testimone del suo secondo matrimonio.
La sua esistenza andò ben oltre il ring. Frequentò ambienti dello spettacolo, divenne molto noto negli Stati Uniti e, per un periodo, raggiunse un livello di celebrità che pochi atleti britannici seppero eguagliare negli anni successivi. Eppure, proprio mentre lo showbusiness lo accoglieva, una parte dei tifosi di pugilato non gli perdonò mai davvero una vittoria chiave della sua carriera.
Il match con Henry Cooper che cambiò tutto
Il punto di svolta fu il 1971, quando Bugner conquistò i titoli britannico, europeo e del Commonwealth dei pesi massimi battendo Henry Cooper, amatissimo dal pubblico inglese. Il verdetto, molto stretto, segnò per sempre il rapporto tra Bugner e una fetta della stampa e dei tifosi.
Lo stesso Bugner sintetizzò così quella ferita: “Quando battei Henry Cooper non fui più britannico. Ero un rifugiato ungherese”. Una frase che racchiude bene il peso di quell’episodio nella sua immagine pubblica.
“C’era tantissimo risentimento per il match con Cooper”, spiega Bugner Jr. “Ne ho parlato moltissime volte con mio padre e probabilmente l’ho rivisto ancora più volte. La verità è che fu un incontro equilibrato. Negli anni Settanta e Ottanta, se il campione era sotto di un punto, spesso finiva comunque per ottenere il verdetto. Ma se quel combattimento si disputasse oggi, credo al 100 per cento che la decisione andrebbe a lui. All’epoca, invece, divenne il cattivo della storia”.
Nel contesto dei pesi massimi di quell’epoca, quella sconfitta di Cooper ebbe un impatto enorme. Il titolo britannico, quello europeo e la cintura del Commonwealth avevano un valore centrale nella costruzione della carriera di un pugile, e battere il beniamino nazionale significava imporsi ai vertici. Ma significava anche esporsi a una reazione feroce, soprattutto se il verdetto divideva l’opinione pubblica.
Tra talento, provocazioni e una reputazione difficile
Le generazioni più anziane ricordano bene quanto il pugilato pesasse nell’immaginario sportivo di quegli anni. E ricordano anche che Bugner non si sottraeva affatto al ruolo del personaggio scomodo. Dopo il trasferimento in Australia nel 1986, si ribattezzò “Aussie Joe”, accentuando ulteriormente certe fratture con il pubblico britannico. Più volte sostenne di essere stato spinto a lasciare il Regno Unito dalla stampa, anche se probabilmente, come spesso accade, la verità stava nel mezzo.
“Guardate, mio padre non era certo uno che si faceva problemi a dire certe cose per farsi pubblicità”, ammette il figlio. “Ma non era un cattivo. Era una persona davvero gentile e premurosa, e ha sempre amato l’Inghilterra. Posso garantirlo: in privato è sempre stato grato per ciò che questo Paese gli aveva dato dopo essere arrivato dall’Ungheria senza nulla”.
Secondo Bugner Jr, l’etichetta del villain è rimasta addosso al padre per molti anni, ma la reazione seguita alla sua morte ha regalato alla famiglia una forma di conforto inattesa. “L’affetto che si è letto nei messaggi e negli articoli dopo la sua scomparsa è stato autentico. È stato toccante e, a dire il vero, anche piuttosto sorprendente. Penso che avrebbe sorpreso un po’ anche lui”.
Una carriera lunga 32 anni e il rispetto dei grandi
Il libro punta anche a rivalutare il valore sportivo di Joe Bugner, spesso sottostimato se si osserva la sua carriera nel suo insieme. Il suo percorso da professionista si è esteso dal 1967 al 1999, per un totale di 32 anni, un arco eccezionalmente lungo soprattutto nella divisione dei pesi massimi. In quel cammino riuscì a portare Muhammad Ali ai punti sia nel 1973 sia nel 1975. Tra quei due incontri affrontò anche Joe Frazier, restando sul ring per tutte le 12 riprese in un confronto rimasto nella memoria, pur senza riuscire a conquistare un titolo mondiale di primo piano.
Rimanere fino al suono finale contro Ali, per due volte, e completare la distanza anche contro Frazier resta comunque un dato che definisce il livello di Bugner. Parliamo dei pesi massimi dell’epoca d’oro, la categoria regina del pugilato, quella che più di ogni altra concentrava attenzione mediatica, prestigio e pressione. Anche senza una cintura mondiale conquistata, il suo nome è rimasto legato a quel livello di competitività.
Bugner Jr ricorda in particolare un episodio televisivo che gli è rimasto impresso. “Una cosa che non dimenticherò mai è Ali nello show di Michael Parkinson, quando difese davvero mio padre. Parkinson lo aveva attaccato e Ali disse: ‘È l’unico uomo che mi ha portato per 15 round e per 12 round, e voi mi state dicendo che è un pugile scarso. Vuol dire che state dicendo che sono scarso io?’. Per me fu un momento enorme”.
Il rapporto tra Bugner e Ali, sottolinea il figlio, andava oltre il ring. “È strano guardarsi indietro oggi e pensare a quanto mi sembrasse normale stargli intorno da bambino, ma mio padre e Ali passarono molto tempo insieme, dentro e fuori dal ring. Erano buoni amici”.
Da George Best a Tom Jones: il lato mondano di Joe Bugner
Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è proprio la rete di amicizie e frequentazioni celebri costruita da Bugner nel corso degli anni. Durante il suo periodo a Los Angeles, alla fine degli anni Settanta, entrò in contatto con personaggi come Frank Sinatra e Oliver Reed. Fu invece a casa di Joan Collins che conobbe la sua seconda moglie, Marlene Carter.
“Solo da adulto ti rendi conto di quanto tutto questo fosse insolito”, racconta Bugner Jr. “Li vedevo in casa e, come nel caso di Ali, mi sembrava tutto normale. Ricordo di aver chiesto a mio padre anni fa perché tifasse Manchester United, visto che non c’era alcun legame evidente. Aveva un cappello di lana e una sciarpa dello United perché glieli aveva regalati George Best”.
Il figlio ricorda poi altri dettagli che aiutano a restituire la dimensione pubblica del personaggio. “Mio fratello si chiama James perché lui era amico di James Hunt. Giocava un po’ a golf con Dean Martin, a calcio il sabato con Rod Stewart, e Tom Jones fu il suo testimone di nozze. Per come la vedevo io, negli anni Settanta era una sorta di David Beckham. Però era anche una persona calorosa, simpatica, gentile con chiunque incontrasse per strada, e la gente gli voleva bene”.
Il significato del libro oggi
Con le possibili eccezioni di Elvis Presley, Russell Crowe e di molti tifosi di Henry Cooper, la figura di Bugner emerge così in una luce più ampia e sfumata. The Bugner Identity prova a offrire il contesto che spesso è mancato nel primo racconto pubblico della sua vita, segnata da successi importanti, polemiche, amicizie illustri e da una costante lotta per essere compreso fino in fondo.
“Ha fatto tanto, per essere un ragazzo che è andato a piedi dall’Ungheria all’Inghilterra e non aveva niente”, conclude il figlio. “Sono super orgoglioso di lui. Non era un cattivo”.
The Bugner Identity, pubblicato da Pitch Publishing, è già disponibile.




