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Frank Warren invoca cambiamenti seri per Moses Itauma dopo il ko con Filip Hrgovic

Frank Warren chiede cambiamenti seri per Moses Itauma dopo il ko con Filip Hrgovic: nel mirino non solo l’angolo, ma limiti tecnici e tattici.

Redazione··4 min di lettura
Frank Warrens Serious Changes May Not Fix Moses Itauma

Frank Warren chiede cambiamenti profondi per Moses Itauma dopo la sconfitta contro Filip Hrgovic, ma il semplice cambio di allenatore potrebbe non bastare a risolvere i problemi emersi sul ring. Il giovane peso massimo britannico ha perso molto più di un match: contro un avversario esperto e resistente sono venuti a galla limiti tecnici, tattici e caratteriali che ora preoccupano il suo entourage.

Parlando a iFL TV, Warren ha spiegato che Itauma è molto deluso soprattutto perché, a suo dire, stava vincendo il combattimento prima del crollo. Il promotore non ha usato mezzi termini: per lui servono “cambiamenti seri”. Una dichiarazione che inevitabilmente apre il dibattito sul futuro di Ben Davison all’angolo del 21enne, ma la questione sembra andare ben oltre il nome del coach.

Il punto centrale, infatti, non è soltanto la gestione energetica. Itauma non si è limitato a svuotarsi per l’eccessiva foga offensiva: già dal terzo round i destri di Hrgovic cominciavano a fargli male, quando aveva ancora benzina nel serbatoio. Ogni volta che il croato avanzava con decisione, Itauma appariva a disagio e reagiva con combinazioni frenetiche più per tenere lontano l’avversario che per costruire azioni realmente efficaci.

In una situazione del genere, un tecnico più energico avrebbe forse potuto ordinargli di rallentare, rinunciare a un round e recuperare lucidità. Tuttavia, pensare che basti una voce diversa all’angolo rischia di essere una semplificazione. Il problema più profondo emerso nella sfida è che Itauma ha mostrato scarse soluzioni difensive e poca esperienza nella gestione dei momenti difficili.

Quando un peso massimo è ferito o stanco, spesso ricorre al clinch, blocca le braccia dell’avversario o gli fa portare il proprio peso per spezzare il ritmo. Itauma, invece, è rimasto troppo spesso alla distanza di pugno, con guardia alta ma bersaglio disponibile, offrendo a Hrgovic lo spazio per colpire con piena potenza. Non ha saputo sporcare l’azione, né guadagnare secondi preziosi per rifiatare.

Anche le vie di fuga sono apparse limitate. In più occasioni ha arretrato in linea retta verso le corde, invece di uscire con un pivot sul piede avanzato di Hrgovic. La testa è rimasta quasi sempre sulla linea centrale, proprio dove il destro del croato trovava la traiettoria ideale. Sono dettagli che, ai massimi livelli, fanno la differenza tra sopravvivere a un assalto e finire travolti.

Un altro elemento decisivo è stata la tenuta di Hrgovic. Nel secondo round Itauma aveva piazzato un sinistro pesante senza ottenere una reazione significativa. Per un pugile abituato a demolire in fretta avversari di livello inferiore, trovarsi davanti un peso massimo capace di assorbire colpi del genere ha cambiato il quadro mentale del match. Hrgovic, del resto, aveva già dimostrato solidità contro nomi importanti come Zhilei Zhang e Daniel Dubois.

Di fronte a questa resistenza, Itauma non ha cambiato registro. Invece di variare il ritmo, lavorare con colpi più leggeri e aprirsi varchi, ha continuato a caricare i pugni, spendendo ancora più energie e diventando progressivamente vulnerabile. È una reazione tipica dei pugili giovani e potentissimi quando il piano A smette di funzionare: forzare ancora di più, anziché leggere il match.

Secondo questa lettura, anche la programmazione della carriera può aver inciso. La corsa di Queensberry verso il titolo mondiale potrebbe aver saltato alcuni passaggi di sviluppo fondamentali. A Itauma sarebbero probabilmente serviti avversari duri, capaci di portarlo a otto round intensi senza possedere però la stazza, la potenza e l’esperienza internazionale di Hrgovic. In pratica, test formativi utili a esporre prima certe lacune, ma in un contesto più controllabile.

Un eventuale cambio all’angolo potrebbe comunque avere senso se accompagnato da un lavoro specifico su clinch, disciplina difensiva, gestione delle pause e calma sotto pressione. Ma il nodo resta la reazione del pugile quando viene colpito duramente. È lì che si gioca il vero salto di qualità, ed è un passaggio molto più complesso di una semplice sostituzione nello staff tecnico.

Il match con Hrgovic ha inoltre fornito agli avversari un possibile piano tattico: resistere all’assalto iniziale, spingere Itauma all’indietro e alzare il ritmo fino a trascinarlo fuori dalla sua zona di comfort. Se questo schema dovesse ripetersi, il rischio per il prospect britannico sarebbe quello di vedere amplificate le stesse fragilità mostrate nell’ultima uscita.

Restano poi le considerazioni sulla struttura fisica e sulla tenuta sulle lunghe distanze. Itauma appare costruito per esplosività e accelerazioni improvvise più che per una battaglia di dodici round contro un veterano da oltre 110 chili che non smette di avanzare. Alleggerire il corpo e migliorare la condizione atletica può aiutare, ma non sempre trasforma un puncher rapido in una macchina inesauribile.

C’è infine un aspetto psicologico e ambientale da non sottovalutare. Quando un pugile arriva molto giovane a guadagni importanti e a un contesto protettivo, diventa più difficile trovare quella fame necessaria per affrontare una vera ricostruzione. Nei pesi massimi, però, talento e potenza non bastano: servono durezza mentale, capacità di soffrire e adattamento sotto il fuoco.

Warren può scegliere un nuovo allenatore e ridisegnare il percorso del suo talento, ma la prossima volta che Itauma si ritroverà davanti un puncher di alto livello capace di superare la sua prima ondata offensiva, dovrà dimostrare di aver davvero imparato la lezione. È questa, più del nome del coach, la domanda che oggi pesa sul futuro del giovane peso massimo.

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