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LA BOXE ITALIANA TRA IL PESO DEL PASSATO E IL FUTURO

Dagli eroi del passato ai ragazzi di oggi: il risultato conta, ma una nuova generazione ha bisogno di tempo, fiducia e soprattutto della possibilità di essere giudicata per ciò che può diventare.

Redazione··4 min di lettura
LA BOXE ITALIANA TRA IL PESO DEL PASSATO E IL FUTURO

Mi sono arrivati molti messaggi e diverse telefonate. La domanda, più o meno, era sempre la stessa: “Perché non scrivi della Nazionale? Perché non parli degli Europei?”. Ho letto, ascoltato e aspettato prima di mettere nero su bianco quello che penso. La risposta, forse, è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Perché Roberto Cammarelle ce n’è uno. Di Patrizio Oliva ce n’è uno. Di Maurizio Stecca ce n’è uno. Di Angelo Musone ce n’è uno. Di Nino Benvenuti ce n’è uno. Come ce n’è stato uno di Parisi. Sono uomini, pugili e storie che appartengono a un tempo preciso e che, proprio per questo, non possono essere replicati. Il problema è che nello sport abbiamo spesso la memoria corta. Ricordiamo i campioni, le medaglie, gli inni, le finali, le vittorie. E poi, quasi senza accorgercene, prendiamo quella memoria e la trasformiamo in un metro con cui misurare chi viene dopo. Ma è un metro sbagliato. Agli Europei non sono arrivati i risultati che ci aspettavamo. Questo è un dato oggettivo e non ha senso nasconderlo, minimizzarlo o trasformarlo in qualcosa che non è. Ma altrettanto oggettivo è un altro dato: c’erano tanti ragazzi giovani. E qui, forse, c’è una riflessione che vale la pena fare. Perché sembra quasi che, qualunque scelta venga fatta, alla fine non vada mai bene. Se porti i giovani e non arrivano i risultati, si dice che sono troppo giovani, che manca esperienza, che non sono pronti. Se invece punti sui nomi già conosciuti e sui pugili più esperti, allora la critica diventa un’altra: “Sono sempre gli stessi, non c’è ricambio, non si investe sui giovani”. E allora viene da chiedersi: qual è la strada giusta? Perché se il giovane non vince non va bene e se combatte il solito nome non va bene perché è sempre lo stesso, comunque vada, non va mai bene. E questo non significa certamente che non si debbano fare valutazioni, anzi. Chi ha il compito di farle, sono certo, le farà. Ma una valutazione seria dovrebbe anche tenere conto del momento storico, dell’età degli atleti, del percorso che stanno affrontando e soprattutto di ciò che si vuole costruire. Significa provare a guardare una squadra nazionale non soltanto attraverso il risultato di oggi, ma anche attraverso ciò che potrebbe diventare domani. Perché c’è una cosa che continuo a osservare quando guardo il pugilato internazionale. Le grandi realtà che oggi dominano la scena mondiale non sembrano avere paura di investire sui giovani. Al contrario. Investono sul ricambio generazionale. Investono sui volti nuovi. Investono su ragazzi che oggi magari non hanno ancora un nome, ma che domani potrebbero diventare il volto di una generazione. E c’è un altro aspetto che spesso dimentichiamo quando giudichiamo il percorso del dilettantismo. Tutto, o quasi tutto, dovrebbe avere un obiettivo finale: le Olimpiadi. Gli Europei, i Mondiali, le grandi competizioni internazionali sono tappe fondamentali, occasioni per confrontarsi, crescere, capire dove si è arrivati e soprattutto dove bisogna ancora arrivare. Ma il vero banco di prova del dilettantismo, per storia e per significato, resta l’appuntamento olimpico. Per questo non ho la presunzione di sapere cosa accadrà. Non ho una palla di vetro. Ma credo fermamente che una generazione non possa essere giudicata soltanto perché non ha ancora raggiunto ciò che raggiunsero quelle precedenti. Perché sarebbe come chiedere a un ragazzo che sta imparando a camminare di correre come un campione olimpico. E allora penso a una metafora molto semplice. Se sei stato abituato per tutta la vita a mangiare nei grandi ristoranti a cinque stelle, quando entri in una piccola osteria probabilmente noterai immediatamente tutto ciò che manca. Potresti trovare un piatto straordinario, magari persino migliore di quello che hai mangiato in certi ristoranti prestigiosi. Ma continuerai inevitabilmente a vedere ciò che non c’è. Perché il tuo metro di paragone è diventato il lusso. Eppure quella stessa osteria, un giorno, potrebbe diventare un ristorante rinomato. E allora potresti voltarti indietro e dire: “Io lì ci andavo quando ancora non era nessuno”. Forse la Nazionale oggi va guardata anche così. Non con indulgenza. Non con rassegnazione. Non facendo finta che i risultati non contino. Ma nemmeno con la pretesa che ogni ragazzo che indossa una maglia azzurra debba immediatamente essere il nuovo Cammarelle, il nuovo Oliva, il nuovo Stecca o il nuovo Benvenuti. Quelli sono stati giganti. E i giganti non si sostituiscono. Si costruiscono nuove generazioni. E per costruirle bisogna anche avere il coraggio di attraversare momenti nei quali il risultato non arriva, nei quali il talento deve ancora trasformarsi in esperienza, nei quali un giovane pugile deve ancora imparare a stare dentro a certe serate, a certe pressioni, a certi palcoscenici. Forse oggi non stiamo vedendo il punto di arrivo. Forse stiamo guardando soltanto l’inizio di qualcosa. Non so se sarà così. Nessuno può saperlo. Ma una cosa la penso davvero: se il presente non ci sta regalando le risposte che avremmo voluto, non significa necessariamente che il futuro non stia preparando le sue. E forse, prima di giudicare una generazione, dovremmo avere la pazienza di aspettare che cresca. Perché nella boxe, come nella vita, ci sono sconfitte che raccontano soltanto una giornata. E ci sono giornate che, molti anni dopo, scopri essere state soltanto il primo capitolo di una storia molto più grande.

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