PUGILATO.TV
Pugilato Italiano

QUANTO COSTA DAVVERO DIVENTARE UN PUGILE PROFESSIONISTA?

Dall’Italia a Regno Unito, Spagna, Germania e Stati Uniti: un’inchiesta tra biglietti da vendere, spese da sostenere, lavori quotidiani e sogni che rischiano di fermarsi prima ancora di cominciare.

Redazione··8 min di lettura
QUANTO COSTA DAVVERO DIVENTARE UN PUGILE PROFESSIONISTA?

Diventare un pugile professionista quanto costa davvero? Questa non è una provocazione. Non è una guerra contro qualcuno. E soprattutto non è una storia costruita sulle chiacchiere da bar. È un’inchiesta. Un lavoro mastodontico, nato da una domanda che da tempo mi accompagna: quanto costa realmente, oggi, diventare un pugile professionista? Perché parto da una convinzione dalla quale non mi sono mai spostato: ogni pugile, in qualunque parte del mondo, dovrebbe avere la possibilità di vivere del proprio sport. Ma è davvero così? Oppure, soprattutto all’inizio della carriera, il pugile deve prima dimostrare di avere soldi, pubblico, sponsor e capacità di vendere biglietti ancora prima di poter dimostrare quanto vale sul ring? Per molto tempo ho pensato che questo fosse soprattutto un problema italiano. Ho ascoltato tante storie di organizzatori che chiedono ai pugili di vendere biglietti. Ho sentito racconti di ragazzi costretti a sostenere economicamente il proprio avversario. Ho ascoltato storie di maestri che pagano i match dei propri ragazzi. Ho ascoltato pugili raccontare sacrifici, spese, debiti e allenamenti incastrati tra un lavoro e l’altro. E allora mi sono posto una domanda semplice: MA SUCCEDE SOLTANTO IN ITALIA? Per provare a rispondere non ho scelto Paesi casuali. Ho scelto quattro realtà di enorme rilevanza nel pugilato mondiale: REGNO UNITO, SPAGNA, GERMANIA E STATI UNITI. Sono partito da BoxRec e ho preso in esame i pugili professionisti presenti nei rispettivi database: REGNO UNITO — 1.051 pugili professionisti; SPAGNA — 224 pugili professionisti; GERMANIA — 505 pugili professionisti; STATI UNITI — 3.515 pugili professionisti. Poi ho ristretto ulteriormente il campione. Ho selezionato i pugili con un massimo di quattro incontri professionistici, indipendentemente dal risultato ottenuto. E ho iniziato a contattarli direttamente. Instagram, messaggi, audio, domande semplicissime. Mi sono presentato e ho spiegato apertamente il motivo della ricerca. Ho detto loro: “In Italia molti pugili, soprattutto all’inizio, raccontano di dover vendere biglietti e in alcuni casi sostenere personalmente alcune spese legate agli incontri. Succede anche nel vostro Paese?”. La risposta a questa domanda mi ha portato molto più lontano di quanto immaginassi. Perché dietro i numeri ci sono ragazzi. E dietro quei ragazzi ci sono storie. REGNO UNITO. Partiamo dal Regno Unito. Ed è proprio qui che l’inchiesta prende una piega che, personalmente, non mi aspettavo. La domanda era sempre la stessa: QUANTO DEVE PAGARE UN GIOVANE PUGILE PER INIZIARE A COSTRUIRSI UNA CARRIERA? Dalle testimonianze raccolte emergono cifre e meccanismi che meritano di essere raccontati. Alcuni pugili riferiscono di sostenere costi nell’ordine di 2.000-3.000 sterline per le visite mediche. Per un avversario, in alcuni casi, si arriva a 1.500-2.500 sterline. Ma c’è un altro elemento che mi ha particolarmente colpito. Alcuni pugili raccontano che l’organizzatore richieda circa 500 sterline per ogni pugile per la location. E poi arrivano i biglietti. Il pugile riceve i biglietti da vendere. Ma cosa succede se non riesce a raggiungere il budget richiesto? Secondo le testimonianze raccolte, la differenza può ricadere direttamente sul pugile. E allora la domanda diventa inevitabile: IL PUGILE STA COSTRUENDO UNA CARRIERA O STA FINANZIANDO L’ORGANIZZAZIONE DELLA PROPRIA CARRIERA? Non è una domanda retorica. È una domanda che nasce dalle testimonianze. E c’è un altro dato ricorrente. La stragrande maggioranza dei ragazzi con cui ho parlato lavora. Lavori pesanti, manovalanza, edilizia, fabbriche, altri settori. C’è chi si ritiene addirittura fortunato quando ha un lavoro meno pesante, perché significa arrivare alla sera con qualche energia in più per allenarsi. Sveglia presto. Lavoro. Allenamento. A volte una seconda seduta. Poche ore di sonno. E il giorno dopo si ricomincia. È questo il percorso di chi vuole diventare professionista? SPAGNA. Poi sono passato alla Spagna. Qui ho incontrato una testimonianza particolarmente significativa. Un ragazzo con un passato olimpico mi ha raccontato di aver sostenuto personalmente i costi dei suoi primi incontri professionistici. Ha investito cifre importanti. Poi si è posto una domanda semplicissima: QUANTO DEVO ANCORA INVESTIRE PRIMA CHE QUESTO INVESTIMENTO POSSA RIENTRARE? La risposta, nel suo caso, è stata fermarsi. Ha smesso. Non perché non amasse il pugilato. Ma perché economicamente non riusciva più a sostenere il percorso. E allora la domanda cambia ancora: QUANTI TALENTI SI FERMANO PRIMA ANCORA CHE QUALCUNO ABBIA LA POSSIBILITÀ DI SCOPRIRLI? GERMANIA. La Germania mi ha consegnato un’altra storia difficile da ignorare. Un pugile di origine turca mi ha raccontato di aver sostenuto economicamente persino alcuni incontri da dilettante. Poi il passaggio al professionismo. Primo incontro: circa 3.000 euro. Secondo incontro: altre spese. E poi? Non aveva più la possibilità economica di continuare. Oggi è fermo. Non aspetta un nuovo avversario. Aspetta qualcuno disposto a investire su di lui. Uno sponsor. Un finanziatore. Qualcuno che creda nel suo progetto. E qui arriva una delle domande più importanti di tutta questa inchiesta: QUANTO CONTA IL TALENTO E QUANTO CONTA LA POSSIBILITÀ ECONOMICA DI RESISTERE ABBASTANZA A LUNGO DA FARLO EMERGERE? STATI UNITI. E poi arriviamo negli Stati Uniti. Il Paese del sogno americano. Il Paese dove il pugilato professionistico ha costruito alcuni dei più grandi campioni della storia. Ma anche qui, ascoltando i ragazzi, emerge una realtà molto diversa da quella che spesso immaginiamo dall’Europa. La palestra si paga. L’armadietto si paga. L’attrezzatura si paga. Se arriva qualcuno dall’esterno e deve lavorare con te, può essere necessario pagarlo. E anche qui ritorna il tema dei biglietti. Il pugile deve portare pubblico. Deve vendere. Deve creare attenzione. Perché, secondo le testimonianze raccolte, se porti persone riesci più facilmente a coprire le spese. Se inizi a costruirti un seguito, puoi attirare l’attenzione dei promoter. E forse, da lì, può nascere qualcosa. Ma se non porti pubblico? Rischi di rimanere in attesa di un’opportunità. E allora un’altra domanda: NEL PROFESSIONISMO CONTEMPORANEO, IL PRIMO REQUISITO È ANCORA IL TALENTO O È DIVENTATO LA CAPACITÀ DI GENERARE ECONOMICAMENTE UN EVENTO? E POI C’È UN ELEMENTO CHE RITORNA IN TUTTI I RACCONTI. Il 99% circa dei ragazzi con cui ho parlato lavora. Non stiamo parlando di pugili già affermati. Stiamo parlando di ragazzi all’inizio. Ragazzi che lavorano durante il giorno e si allenano quando possono. Alcuni si svegliano prima per fare una prima seduta. Poi vanno al lavoro. Terminato il lavoro tornano in palestra. E spesso rinunciano a qualche ora di sonno. Perché il pugilato, almeno all’inizio, non permette loro di vivere. Devono vivere per poter fare pugilato. MA LE FEDERAZIONI? Anche questa domanda l’ho posta. E dalle testimonianze emerge un altro elemento: il professionismo, nei racconti raccolti, non viene generalmente descritto come un sistema nel quale la federazione sostiene economicamente ogni singolo atleta o ogni singolo evento. L’organizzatore organizza se dispone delle risorse necessarie. Se non le dispone, l’evento non viene organizzato. Naturalmente esistono eccezioni. Ho parlato anche con una persona vicina a un pugile di livello mondiale. Mi è stato raccontato che alcuni atleti possono avere accesso a condizioni completamente differenti. Ma parliamo di pochissimi casi. Di pugili che sono già dentro un percorso importante. E allora la domanda diventa: COSA SUCCEDE AGLI ALTRI? A QUELLI CHE NON SONO ANCORA CAMPIONI? A QUELLI CHE NON HANNO UNO SPONSOR? A QUELLI CHE NON HANNO UNA GRANDE FAMIGLIA ALLE SPALLE? A QUELLI CHE NON POSSONO PERMETTERSI DI PERDERE MIGLIAIA DI EURO? E QUI TORNO ALL’ITALIA. Perché sono partito proprio da qui. Per anni ho pensato che il problema dei pugili costretti a vendere biglietti o a sostenere economicamente il proprio percorso fosse soprattutto italiano. Oggi, dopo aver parlato con ragazzi di quattro grandi nazioni del pugilato mondiale, devo necessariamente rivedere almeno in parte quella convinzione. Questo NON significa dire che in Italia il problema non esista. Esiste. Ed è un problema che merita di essere affrontato. Ma forse dobbiamo smettere di raccontarci che tutto ciò che non funziona nel nostro pugilato accade soltanto da noi. Perché ascoltando queste testimonianze, la realtà appare molto più complessa. E forse, paradossalmente, quella che pensavamo fosse soltanto una nostra tragedia è invece una difficoltà strutturale che attraversa una parte molto più ampia del pugilato professionistico internazionale. Ma attenzione. Questa non è la conclusione. È l’inizio. Perché adesso arrivano le domande più importanti. CHI PAGA DAVVERO IL COSTO DELL’AVVIAMENTO DI UN PUGILE? È GIUSTO CHE SIA IL PUGILE A FINANZIARE I PRIMI PASSI DELLA PROPRIA CARRIERA? È NORMALE CHE UN RAGAZZO DEBBA VENDERE BIGLIETTI PRIMA ANCORA DI AVER DIMOSTRATO IL PROPRIO VALORE? QUANTI POTENZIALI CAMPIONI ABBANDONANO PERCHÉ NON POSSONO PERMETTERSI DI CONTINUARE? E SOPRATTUTTO: SE IL TALENTO È UNIVERSALE, PERCHÉ L’ACCESSO AL PROFESSIONISMO DEVE DIPENDERE COSÌ TANTO DALLA DISPONIBILITÀ ECONOMICA? Questa volta non voglio risposte basate sulle sensazioni. Voglio numeri. Voglio testimonianze. Voglio documenti. Voglio ascoltare i pugili. Perché questa inchiesta non nasce per dimostrare che l’Italia è migliore o peggiore degli altri. Nasce per capire. E dopo aver ascoltato ragazzi del Regno Unito, della Spagna, della Germania e degli Stati Uniti, una cosa posso dirla con certezza: IL PROBLEMA È MOLTO PIÙ GRANDE DI QUANTO IMMAGINASSIMO. E forse è arrivato il momento di iniziare a parlarne seriamente.Ma con dati reali non con dicerie. Chiudo con una battuta La FRANCIA non ho voluto inserirla volutamente fino alla riconsegna della Gioconda!

Pubblicità

Leggi anche