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Luca D'Ortenzi: dal sogno al tetto d'Europa

Luca D'Ortenzi, una storia di sacrificio e coraggio: dal professionismo al titolo EBU Gold, insieme al maestro Simone Autorino.

Redazione··6 min di lettura
Luca D'Ortenzi: dal sogno al tetto d'Europa

Il suo nome di battaglia è “THE GENTLEMAN”. Ma prima di dirvi di chi sto parlando, voglio raccontarvi una storia. Una di quelle storie che nella boxe nascono quasi per caso, lontano dai riflettori, e che soltanto con il tempo ti fanno capire quanto fosse grande il viaggio. Era un dilettante con tanto coraggio e pochi risultati. Non era un fenomeno, combatteva tra alti e bassi, come la maggior parte dei ragazzi che salgono sul ring inseguendo un sogno. Parlare di professionismo, in quegli anni, sembrava quasi come voler raggiungere Marte a piedi. Poi arrivò l'incontro con colui che avrebbe cambiato per sempre il suo destino: il maestro Simone Autorino. Era giovane anche lui, con una voglia enorme di farsi strada tra tanti mostri sacri agli angoli delle palestre romane. Entrambi crescevano, match dopo match. Cambiava la mentalità, aumentavano le risate, gli allenamenti diventavano sempre più duri, e tra loro nasceva quell'intesa che non ha bisogno di essere spiegata: una fratellanza costruita sul ring, giorno dopo giorno. Lui si affidò completamente a quel giovane tecnico che aveva una voglia feroce di dimostrare, soprattutto a quell'angolo, di saperci fare davvero. Dieci anni fa arrivò la decisione comune: passare professionista. Con la stessa mentalità di oggi, quella bella e folle convinzione di chi dice: “Come va, va. Sarà comunque un successo. Non ci interessa.” Otto vittorie consecutive. Ma sempre con i piedi per terra. Sempre quella gentilezza, quello spirito di sacrificio, quella fame silenziosa che cresceva dentro il ring e all'angolo. E, insieme, sempre più consapevolezza del percorso che stavano costruendo. Poi arrivò il nono match. Una proposta interessante: andare in Sardegna per sfidare un vero campione. Uno che nella sua bacheca aveva già una Coppa Italia, quattro titoli italiani, IBO Mediterraneo, IBF Mediterraneo e IBF International. E che, dopo la sconfitta per l'IBF International, cercava il rilancio proprio attraverso il titolo italiano: Salvatore Erittu. L'occasione era ghiotta. E tutti erano consapevoli che quel ragazzo, che fino a poco prima stava semplicemente vivendo il sogno del professionismo, si sarebbe ritrovato a disputare un titolo italiano. In Sardegna. Contro ogni pronostico. Il Gentleman del ring lasciò tutti a bocca aperta. Da semplice sfidante, un po' come Rocky, uscì tra gli applausi del pubblico presente. Due giudici su tre diedero la vittoria al pugile di casa, ma soltanto per due punti. E allora qualcosa cambiò davvero. Quello fu il momento in cui un ragazzo che considerava già il professionismo un punto di arrivo iniziò a pensare che forse poteva diventare non soltanto un pugile professionista, ma anche un campione. E, dall'altra parte, c'era la certezza di aver trovato un tecnico capace di capire e sfruttare fino in fondo le sue qualità. La festa era soltanto rimandata. Ladispoli, 13 luglio 2019. Dopo appena due anni, arriva il primo vero colpo: il titolo italiano. E già questa sarebbe la trama perfetta per un romanzo. Ma da quel momento accadde qualcosa. Alzare una cintura iniziò a diventare quasi la normalità. Arrivò il titolo IBO International vacante. E poi l'occasione all'estero. Perché mentre fuori dall'Italia iniziavano a capire la bravura di quel ragazzo, nel nostro Paese molti continuavano a guardarlo con un certo distacco. Quel velo di scetticismo. Quel retrogusto del: “Sì, però… ma vediamo…”. Germania. Una nuova occasione. E a quel punto, perché fermarsi? Se erano arrivati fino a lì, perché non provarci ancora? Maestro e pugile ormai erano uniti da una convinzione diversa. Non più soltanto quella del “proviamoci”, ma quella di poter davvero competere con tutti. Roman Fress. WBO Intercontinental. Ne uscì uno spettacolo. Addirittura un arbitro assegnò un punto di vantaggio a Fress. Una sconfitta, sì. Ma di quelle sconfitte che hanno il sapore della grande impresa. E forse, tornando a casa, pensarono: “Adesso vogliamo giocarcela con tutti.” Intanto a Guidonia arriva Lacrosse. È il 2022. In palio c'è il titolo IBF International. Match finito ai punti. Vittoria. Ma quella trasferta tedesca, probabilmente, aveva lasciato qualcosa anche al popolo della boxe tedesca. Perché il nostro campione viene richiamato nuovamente in Germania. Questa volta contro Harth. E ancora una volta arriva un verdetto che lascia l'amaro in bocca, un risultato che, a parti inverse, probabilmente avrebbe avuto ben altro esito. Il tragitto fino a oggi era stato lungo. Forse, a un certo punto, si saranno detti: “Anche se finisse qui, considerando da dove siamo partiti, possiamo essere più che soddisfatti.” Poi arriva una chiamata da Londra. Frank Warren. Main event della serata. Davanti c'è Ellis Zorro, 16 vittorie, nessuna sconfitta. E immagino la domanda: “Che facciamo? Andiamo?” La risposta, probabilmente, fu quella di sempre: “Ovvio maestro. Che abbiamo da perdere?” Londra. Un'altra battaglia. Un arbitro dà 94-96 a favore del pugile di casa. Due punti. Il titolo WBO dei cruiser resta a Londra. E ancora una volta, però, non c'è vergogna. Solo orgoglio. “Maestro, possiamo essere soddisfatti?” “Certo che sì. Abbiamo affrontato i match sempre a testa alta. E anche nelle sconfitte siamo stati applauditi.” Sono passati due anni dal match contro Zorro. Due match più tranquilli. Poi quella domanda che ormai accompagna ogni nuova sfida: “Ci vogliamo togliere un'altra soddisfazione?” Chi avrebbe mai potuto immaginare l'occasione europea? EBU Silver. “Dai maestro, proviamoci.” 20 giugno 2025. Santa Marinella. Arriva Carlos Alberto Lamela. In palio c'è l'EBU Silver. Ancora una volta tra lo scetticismo di molti. Ancora una volta una cintura finisce nella sua bacheca. E ora? Ora non ci si può più fermare. Perché arriva l'occasione della vita. Meno di un anno dopo quel titolo europeo, quello vero. Quello Gold. Quello che fa quasi paura anche solo a pronunciarlo. Davanti, una montagna: il polacco Robert Parzęczewski, 35 vittorie, 20 per KO. Signori, sto parlando di Luca D'Ortenzi. Perché quel giorno, compreso il sottoscritto, che ha seguito praticamente tutta la sua carriera, avrà pensato: “Impossibile. Difficile. Se va bene finisce ai punti. Il polacco lo mette giù…” Ho sentito di tutto. Ma Luca, ancora una volta, aveva una consapevolezza diversa. Ricordo un'intervista nella quale disse, in sostanza: “Se fossi il mio avversario, non sarei tanto tranquillo. Sono consapevole della sua bravura e della sua forza, ma deve fare attenzione.” E quella sera è arrivata una sinfonia. Una sinfonia stupenda. All'angolo, la perfezione di un maestro d'orchestra. Sul ring, lui. Un assolo dopo l'altro. Fino a portarlo sul tetto d'Europa. Questo ragazzo merita ogni singola cintura, ogni singolo obiettivo raggiunto. Mai fuori dalle righe. Sempre disponibile. Sempre pronto a ogni battaglia alla quale è stato chiamato. Siamo orgogliosi di avere un campione come Luca D'Ortenzi. Ma la verità è che tutta la sua storia, anche senza una sola cintura, sarebbe già la storia di un campione. Perché ci sono pugili che diventano campioni quando alzano una cintura. E poi ci sono uomini che dimostrano di esserlo molto prima. Luca è uno di questi. E accanto a lui, per tutto questo viaggio, un grande tecnico: Simone Autorino, che ha saputo costruirsi insieme al suo pugile, crescendolo match dopo match, sconfitta dopo sconfitta, vittoria dopo vittoria. Due uomini. Un angolo. Un sogno iniziato quando il professionismo sembrava Marte. E oggi, quel sogno, li ha portati sul tetto d'Europa.

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