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Morejon, il pugile cubano che ha conquistato Amsterdam: dalla fuga da Cuba al titolo di sfidante WBC

La storia di Angelo Morejon, l’attuale sfidante al mondiale WBC dei bridger. La fuga rocambolesca da Cuba a Mosca, dalla Serbia alla Croazia e Slovenia fino a Porretta Terme.

Giuliano Orlando··5 min di lettura
Morejon, il pugile cubano che ha conquistato Amsterdam: dalla fuga da Cuba al titolo di sfidante WBC

Angelo Raymond Morejon, nato a Cuba l’8 novembre 1995, residente dal 2023 a Porretta Terme, delizioso paesino di 7000 anime, sulle alture bolognesi è il pugile del momento. Dopo la conquista del titolo italiano pesi massimi, battendo a luglio Antonio Carlesimo a Roma, il 12 ottobre sul ring del Theatre Carrè di Amsterdam, ha incontrato l’allora imbattuto Willy Kyakonye (14-1), ugandese naturalizzato olandese, mettendolo KO al terzo round. La sfida valeva il ruolo di sfidante al mondiale dei bridger WBC. Il successo ha entusiasmato non solo gli appassionati del settore, ma addirittura il presidente federale, che lo ha inserito fra i pugili italiani che hanno ottenuto vittorie importanti. Dimenticando che al momento, Morejon rappresenta il vessillo caraibico. Angelo è giunto a Porretta Terme nel 2023, dopo un viaggio iniziato a Mosca e proseguito in modo a dir poco rocambolesco fino all’Italia. Il diretto interessato me lo conferma, col sorriso sulle labbra, visto che alla fine ha raggiunto quello che sognava. “A Porretta Terme vive mia mamma Lilly e quello era il mio traguardo. L’opportunità arrivò quando un mio amico allenatore cubano che viveva a Mosca, mi offrì l’opportunità di combattere da pro nella capitale russa per l’organizzazione dell’IBA, che il CIO ha estromesso dai Giochi, ma molto attiva con i professionisti. Accettai subito, deciso a trovare il modo per arrivare in Italia. Incontrai e battei un pugile russo. Il risultato anche se molto positivo, passava in secondo piano. Importanti erano i 4000 dollari della borsa. Il giorno dopo il match, avvisai che volevo conoscere la città e sarei tornato la sera in albergo. Andai all’aeroporto di Seremet’ev e mi imbarcai con un volo che arrivava a Belgrado in Serbia. Poi presi un pullman diretto a Novi Sad dove avevo un amico. Restai un paio di giorni con lui e da quel momento inizia il cammino per l’Italia. Il problema era il passaporto cubano che mi complicava la vita. Per cui decisi di non mostrarlo più, evitando le frontiere. In Bosnia Erzegovina viaggiai sui pullman, mi fermai a Banja Luka e provai ad entrare in Croazia da Stara Gradiska, ma venni respinto ben due volte. A quel punto entrai in Croazia camminando una notte intera nei boschi. Non ricordo la zona del confine, ma ricordo che per paura di essere rimandato indietro ho evitato le città, percorrendo strade secondarie. Mangiando quello che trovavo sugli alberi da frutta e nei mercati. Dovevo stare attento a non finire i soldi della borsa. Arrivato a Nova Gorica, ho chiamato mia madre per farmi spiegare dove si trovava il paesino che abitava. Quando ci sono arrivato, ho dormito per 24 ore”. Sei nato all’Havana, dove hai sempre risieduto. Quando sei entrato in palestra? “La pima volta che entrai in una palestra avevo otto anni e frequentavo la quarta elementare. A Cuba la scuola dell’obbligo inizia a cinque anni e il nostro maestro era stato pugile. La sfida tra due ragazzi mi affascinò subito e da quel momento la frequenza fu praticamente continua. Il debutto sul ring a 15 anni. Nel settore giovanile vinsi parecchi incontri. Il difficile arrivò nei senior, dove gli avversari erano decisamente molto bravi, oltre che numerosi. Sia nei medi e poi nei mediomassimi, trovai dei veri campionissimi. Non solo, le selezioni erano infinite, essendo la boxe a Cuba uno degli sport più popolari, quindi molto praticata. Ricordo che le selezioni iniziavano a gennaio arrivando alla fase finale, quando si assegnavano i titoli, verso novembre e dicembre. Era davvero difficile qualificarsi. Ci riuscii tre volte, senza mai vincere il titolo cubano. Emilio Correa, Dainir Pero e in particolare Arlen Lopez due ori olimpici, che oggi vive in Spagna, ma soprattutto Erislandy Savon e Julio Cesar de La Cruz erano campioni insormontabili. Ho fatto parte della nazionale cubana, senza purtroppo qualificarmi per i mondiali e i Giochi”. Quali sono i campioni che ammiri di più? “Su tutti Erislan Lara, 43 anni, l’attuale campione del mondo dei medi WBA, un vero fenomeno. Anche lui fuggito da Cuba, rinunciando a disputare i Giochi di Pechino nel 2008 che avrebbe potuto vincere comodamente nella sua categoria. Il problema non solo dei pugili ma dei vari campioni anche di altre discipline, dal volley all’atletica, è che vinci ma resti sempre povero. I premi sono ridicoli, anche se la propaganda punta sul patriottismo, molto importante ma che non ti riempie il piatto. Ci sono stati campioni che hanno vinto alle olimpiadi, premiati con una bici. I più fortunati possono usufruire di una casa decente, che in Italia farebbe ridere. La macchina ti resta fino a quando sei attivo, poi sparisce e vai a piedi. Gli stipendi sono ridicoli. Da quanto la Russia ha smesso di aiutarci finanziariamente, la nostra economia è stata un disastro. Il turismo è ridicolo, anche se l’isola potrebbe essere un paradiso. Purtroppo non ci sono strutture e mancando l’iniziativa privata, lo stato è fermo da decenni. Questa la realtà cubana e questo il motivo per cui sono fuggito per arrivare in Italia, dove la libertà non è un concetto astratto, ma una realtà vera”. Torniamo ai campioni preferiti.

“Fra quelli del passato in assoluto Ray Sugar Robinson, poi Evander Holyfield. Mentre Mike Tyson lo considero un picchiatore eccezionale ma non un fenomeno”. Hai dimenticato l’idolo dei cubani Teofilo Stevenson. “Non l’ho dimenticato, soltanto che non mi ha mai entusiasmato. Lo considero molto forte, ma dalla boxe scolastica. A me piace la fantasia oltre alla tecnica e Teofilo non era molto dotato”. Arrivato a Porretta Terme, hai trovato la palestra ideale per diventare professionista. “Una fortuna doppia, visto che oltre alla palestra ho incontrato il maestro ideale che mi sta facendo crescere nel modo migliore”. (1 segue) Giuliano Orlando

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