Il declino di Canelo Alvarez non è un'ipotesi: è un dato di fatto che la boxe osserva ormai da diversi anni, e il confronto con Christian Mbilli rischia di trasformarsi in un esame troppo duro per il fuoriclasse messicano. Non è stata la sconfitta con Terence Crawford a far scattare l'allarme, ma tutto ciò che l'ha preceduta: Jaime Munguia, Edgar Berlanga e William Scull hanno dimostrato, pur essendo avversari alla sua portata, che Canelo ha perso la velocità, l'attività e l'aggressività che lo separavano dai campioni ordinari. Nessuno di loro è finito al tappeto prima del verdetto finale, e l'ultimo KO del messicano risale al novembre 2021 contro Caleb Plant.
Un jab che non comanda più la distanza
Il deterioramento si legge con chiarezza nel jab di Canelo. Nei campionati migliori, quelli contro Gennadiy Golovkin e Callum Smith, il colpo guida dettava la distanza, spezzava le guardie alte e apriva varchi per i ganci. Oggi quel pugno si è ridotto a un movimento pigro e strascicato, che gli avversari deviano senza alcuna preoccupazione. Senza un jab autorevole a fare pagare dazio sulla lunga distanza, gli attaccanti entrano direttamente nella corta: ed è esattamente il corridoio che Mbilli sogna di percorrere per scaricare le sue combinazioni senza dover prima risolvere una difesa stratificata.
Sono sparite anche le combinazioni multi-colpo al corpo. Il classico gancio sinistro al fegato raddoppiato al volto richiedeva un'esplosività dei fianchi che oggi non c'è più: Canelo si accontenta di destri a sventola isolati e ganci ad arco, colpi telefonati contro cui gli avversari si proteggono per poi rispondere prima che lui ricomponga la guardia.
Scull e Crawford, le sentenze sul ring
Scull ha esposto un altro schema preoccupante: una volta preso coraggio, il cubano ha costretto Canelo a lunghi tratti appoggiato alle corde. Non si trattava della tecnica raffinata di un tempo, quando il messicano riposava in modo dinamico con il movimento del busto mantenendo la base centrata. La versione attuale arretra in linea retta, scarica il peso sui cavi per riprendere fiato e regala agli avversari il controllo del ring, influenzando i giudici e cedendo riprese per pura inattività.
Crawford ha smontato esattamente queste tendenze. Canelo lo ha inseguito con i piedi piatti, caricando colpi telegrafati e senza il volume necessario a ribaltare la narrazione. Il problema al gomito è una scusa comoda, ma non spiega la mancanza di fuoco contro Munguia, Berlanga e Scull. Nemmeno la collaborazione con Oleksandr Usyk, utile per spunti tattici e lavoro atletico, può riavvolgere l'orologio: Canelo combatte da professionista dal 2005, e oltre vent'anni di borse, guerre in palestra e preparazioni brutali hanno lasciato segni su spalle, ginocchia e braccia che nessun singolo training camp può cancellare.
Perché Mbilli è il match-up peggiore
Canelo ha costruito la sua corsa da Hall of Famer intimidendo gli avversari e trasformando gli incontri in partite a scacchi a basso volume: quando temevano le controffensive, restavano fuori, tiravano jab timidi e gli lasciavano dettare un ritmo glaciale in cui il serbatoio limitato non diventava mai un problema. Trenta secondi di combinazioni esplosive bastavano a portare a casa la ripresa.
Mbilli spezza completamente questa formula. È il mercante di volume per eccellenza: non possiede una difesa tecnica raffinata, ma non gli interessa averla. Entra nella corta come una palla da bowling, tira 70-80 colpi a round e martella clavicole, bicipiti e costole finché la guardia avversaria non crolla per sfinimento. Se Canelo non riuscirà a fargli assaggiare una potenza davvero punitiva nei primi tre round, la serata si annuncia durissima: i contrattempi singoli rimbalzeranno sulla fronte del francese, che continuerà ad avanzare.
Una volta spinto alle corde, l'incontro smetterebbe di essere un match tecnico per diventare una guerra di logoramento. Un veterano con vent'anni di usura, un gomito operato e un motore ormai corto non può sopravvivere dodici riprese sotto le sferzate sui cavi. Se nella seconda metà Canelo dovesse chiudersi in un guscio alto mentre Mbilli scarica ganci ai fianchi, l'arbitro o l'angolo potrebbero essere costretti a salvarlo da una punizione troppo severa.
La vera domanda della vigilia
Canelo conserva il cervello pugilistico superiore, ma Mbilli lo affronta proprio quando il motore fisico non riesce più a eseguire i piani perfetti su dodici riprese. Oltre un anno di stop dopo un'operazione articolare raramente regala una fontana di giovinezza: più spesso restituisce un pugile più lento, arrugginito e ridotto a cercare il contrattempo fortunato. Il dibattito non riguarda più come il Canelo dei tempi d'oro gestiva gli assalitori grezzi, ma quanto di quel campione assoluto salirà davvero sul ring.




