Il caso Canelo-Golovkin resta, a nove anni di distanza dalla notte della T-Mobile Arena di Las Vegas, una delle ferite più discusse della boxe moderna. Il primo duello tra Saul “Canelo” Alvarez e Gennadiy Golovkin avrebbe dovuto consacrare definitivamente il re dei pesi medi. Invece, dodici round di altissimo livello vennero oscurati da un cartellino destinato a diventare simbolo di polemica: il 118-110 assegnato a Canelo dalla giudice Adalaide Byrd.
L’attesa per quella sfida era stata lunga, quasi logorante. Golovkin, campione imbattuto e picchiatore temuto, chiedeva da tempo il confronto con la stella messicana. Canelo, dopo aver conquistato il titolo WBC dei medi contro Miguel Cotto nel 2015 a un catchweight di 155 libbre, continuava però a sostenere di non essere ancora un vero peso medio. Nel 2016 arrivò anche la rinuncia alla cintura WBC, scelta che alimentò il sospetto diffuso tra tifosi e addetti ai lavori: aspettare che il kazako invecchiasse.
Quando finalmente il contratto venne firmato per il settembre 2017, Canelo aveva già ottenuto importanti vantaggi commerciali e contrattuali. Tra questi, una clausola di rivincita unilaterale che Golovkin non aveva potuto negoziare alle stesse condizioni. Il messicano entrò così nel match con il peso politico della superstar, mentre “GGG” aveva dalla sua il titolo, la pressione agonistica e la sensazione di essere stato costretto ad aspettare troppo.
Sul ring, però, la narrazione fu chiara fin dalle prime riprese. Golovkin prese il centro del quadrato, lavorò con un jab pesante e continuo, tagliò le linee di fuga e spinse Canelo verso le corde. Alvarez ebbe momenti brillanti, soprattutto con combinazioni rapide e contraccolpi esteticamente efficaci, ma furono fiammate isolate. Tra il quarto e il nono round, il controllo territoriale e il ritmo furono quasi sempre nelle mani del campione kazako.
I numeri raccontarono una superiorità costante. Secondo CompuBox, Golovkin mise a segno 218 colpi totali contro i 169 di Canelo, risultando più preciso del rivale in dieci riprese. Non fu un dominio brutale, né una lezione a senso unico: Canelo mostrò difesa, classe e qualità nei singoli scambi. Ma nell’arco dei trentasei minuti Golovkin impose più spesso il dove e il come combattere, elementi che nel pugilato dovrebbero pesare quanto i colpi più appariscenti.
Il dodicesimo round, vinto con orgoglio da Canelo, diede al finale una dose di dramma sufficiente per discutere una decisione ravvicinata. Dave Moretti vide 115-113 per Golovkin. Don Trella consegnò un 114-114, già contestato ma almeno dentro il perimetro del dibattito. Poi arrivò il cartellino di Byrd: 118-110 per Canelo, dieci round a due. Una lettura talmente sbilanciata da trasformare immediatamente un grande combattimento in uno scandalo globale.
Quel singolo cartellino cambiò la percezione dell’intera serata. Il pari lasciò a Golovkin le cinture, ma gli tolse quella che molti ritengono ancora oggi la vittoria più importante della sua carriera. Al tempo stesso consegnò a Canelo il controllo totale della rivincita: con la clausola già prevista nel contratto, fu Alvarez a dettare tempi, condizioni e peso politico del secondo capitolo.
La rivincita del 2018 aggiunse un ulteriore elemento alla discussione. Canelo cambiò approccio, smise di combattere lunghi tratti con la schiena alle corde e accettò più spesso lo scambio al centro, nel pocket. Fu una scelta tecnica significativa: sembrò quasi il riconoscimento implicito che la strategia del primo incontro avesse concesso troppo campo a Golovkin. Il secondo match fu più equilibrato e altrettanto feroce, ma la controversia del 2017 continuò a pesare su tutta la trilogia.
Resta anche il tema del tempismo. Molti osservatori ritengono che Canelo-Golovkin avrebbe dovuto disputarsi almeno due anni prima. Alvarez era già abbastanza grande da reidratarsi ampiamente sopra le 170 libbre dopo incontri combattuti a 154 o 155, e l’idea che poche libbre in più sulla bilancia richiedessero un lungo adattamento fisico convinse pochi. Nel frattempo, Golovkin arrivò al grande appuntamento a 35 anni, dopo un periodo di inattività relativa e dopo la dura battaglia con Daniel Jacobs.
Per questo il 118-110 non è soltanto un numero sbagliato su un foglio. È il simbolo di una notte in cui la boxe produsse uno spettacolo d’élite, ma non seppe proteggerne la credibilità. Canelo e Golovkin hanno poi costruito una rivalità storica, fatta di tre incontri e di milioni di discussioni. Eppure il primo capitolo, probabilmente il migliore per intensità tecnica e tensione narrativa, resta per sempre accompagnato da una domanda: come si potevano dare dieci round a Canelo?




