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Moses Itauma, Fury attacca Queensberry: «Un errore da un miliardo»

Tyson Fury accusa Queensberry di aver bruciato i tempi con Moses Itauma: secondo lui, la sfida con Filip Hrgovic è costata al giovane massimo un futuro enorme.

Redazione··6 min di lettura
Fury Calls Itauma A Billion-Dollar Loss

Moses Itauma è finito al centro di un acceso dibattito dopo la dura analisi di Tyson Fury, convinto che Queensberry Promotions abbia anticipato troppo i tempi mandando il 21enne britannico in una sfida mondiale contro Filip Hrgovic prima che fosse davvero pronto per una battaglia lunga e logorante.

Secondo Fury, l’errore non sarebbe stato soltanto tecnico o tattico, ma potenzialmente enorme sul piano sportivo ed economico. Parlando con il giornalista Gareth A. Davies, l’ex campione dei pesi massimi ha spiegato di aver avvertito Frank Warren e il team del giovane prospetto: «Per la mia esperienza ho detto a Frank Warren e a chiunque volesse ascoltarmi: è troppo presto. Questo ragazzo ha bisogno di altri quattro o cinque incontri. Che fretta c’è? Ha 21 anni».

Fury ha poi rincarato la dose: «Quando provi a trasformare qualcuno in una superstar, può capitare di mandarlo dentro troppo presto. Hanno commesso un errore e gli è costato caro. Non solo è costata a Moses una carriera da 100 milioni di dollari: secondo me era un atleta da un miliardo».

Una valutazione così drastica appare però eccessiva. Itauma ha ancora soltanto 21 anni, possiede una potenza evidente e, prima del crollo fisico nella seconda parte del match, aveva avuto momenti importanti contro Hrgovic. Il problema non è tanto stabilire se la sua carriera sia compromessa, quanto capire come ricostruirla senza nascondere le lacune emerse.

La boxe ha già visto numerosi prospetti perdere presto e poi tornare ai vertici. Il pubblico può accettare un percorso di ricostruzione, soprattutto se il talento resta visibile. La vera sfida per Queensberry sarà trovare avversari abbastanza resistenti da farlo crescere, ma non così pericolosi da rischiare di infliggergli un’altra battuta d’arresto pesante.

Per rafforzare il suo ragionamento, Fury ha citato la propria carriera come modello di gestione più tradizionale. «Io ho seguito la strada classica, e si fa così per una ragione», ha detto. «Avevo 27 anni quando ho affrontato Wladimir Klitschko. Ero sfavorito 10 a 1, ma ero pronto. Se lo avessi affrontato a 21 anni, sarei stato messo ko anch’io».

In parte, il ragionamento regge. Fury arrivò al titolo mondiale dopo anni di esperienza contro avversari nazionali ed europei, presentandosi alla sfida con Klitschko nel novembre 2015 con un record di 24-0. Era il suo 25° incontro da professionista e aveva accumulato un bagaglio molto più ampio rispetto a quello di Itauma.

Tuttavia, la ricostruzione di Fury non racconta tutto. Klitschko, all’epoca, aveva 39 anni ed era vicino alla fine della sua carriera. I riflessi, il volume di colpi e la propensione allo scambio non erano più quelli degli anni migliori. Fury superò un grande campione, ma non un peso massimo al picco fisico.

Itauma, al contrario, è stato lanciato contro un avversario esperto, duro e abituato a reggere la pressione. Hrgovic ha assorbito i colpi migliori del giovane britannico, è finito anche in difficoltà, ma non è scomparso dal match. Anzi, con il passare dei round ha imposto un ritmo sempre più scomodo, costringendo Itauma a confrontarsi con una situazione mai vissuta nella sua breve carriera professionistica.

Prima di quel test, Itauma aveva combattuto appena 35 round da professionista. Troppo pochi per conoscere davvero le proprie risposte sotto pressione, soprattutto contro un peso massimo di livello mondiale capace di sopravvivere all’assalto iniziale. La narrazione costruita attorno al possibile assalto al record di Mike Tyson come più giovane campione dei massimi ha certamente accelerato il percorso.

Anche se la finestra anagrafica per battere quel primato si era ormai chiusa, l’urgenza commerciale aveva già influenzato la selezione degli avversari. Per mesi, Itauma è stato abituato a match pensati per produrre knockout rapidi, alimentare l’immagine di demolitore e mantenerlo in corsa verso un grande traguardo mediatico. Quelle vittorie hanno aumentato l’hype, ma non lo hanno preparato a un rivale capace di incassare e rispondere dopo sei, sette, otto round.

Le storie sul suo rendimento in sparring con pesi massimi affermati hanno contribuito a creare fiducia nella sua prontezza. Fabio Wardley ha anche confermato che Itauma aveva svolto sessioni da 12 round in palestra, smentendo in parte l’idea che non avesse mai lavorato su distanze lunghe. Ma completare 12 round in palestra non equivale a combattere nove round duri con un titolo in palio.

In sparring il ritmo può essere gestito, gli scambi possono essere interrotti, i partner possono adattarsi e l’ambiente resta controllato. In un match vero ci sono giudici, pressione, pubblico, colpi pieni e la consapevolezza che ogni errore può cambiare la carriera. Hrgovic ha rappresentato proprio quel tipo di test psicologico che nessuna sessione a porte chiuse può replicare.

Itauma lo ha colpito duramente, lo ha mandato al tappeto nel secondo round e ha continuato a cercare la chiusura. Ma ogni tentativo fallito di finire l’avversario ha aumentato il costo fisico e mentale. Più Hrgovic restava in piedi, più il giovane britannico sembrava perdere lucidità, energia e fiducia nella propria potenza.

Sarebbe riduttivo spiegare tutto con una preparazione atletica insufficiente o con un problema di fiato. Itauma si è svuotato anche per il modo in cui ha combattuto. Quasi ogni combinazione è stata caricata al massimo, con grande tensione muscolare e poca economia. Gli è mancato un jab di controllo, capace di tenerlo in vantaggio senza spendere troppo, di gestire la distanza e di concedergli pause attive.

Dopo che Hrgovic ha superato la tempesta iniziale, Itauma non ha trovato una seconda marcia più intelligente. Le gambe si sono appesantite, i colpi hanno perso forma e la difesa è diventata sempre più vulnerabile. Il salto di qualità dell’avversario è stato enorme, ma il matchmaking non è l’unica spiegazione della sconfitta: anche l’approccio del pugile ha trasformato un esame difficile in un incubo.

All’interno della stessa scuderia Queensberry esiste però un precedente incoraggiante: Daniel Dubois. Frank Warren ha continuato a lavorare con lui dopo le sconfitte contro Joe Joyce e Oleksandr Usyk, due momenti che avevano generato critiche pesanti, soprattutto per il modo in cui Dubois aveva accettato il conteggio arbitrale.

Quelle battute d’arresto non hanno cancellato il suo valore commerciale né le sue ambizioni mondiali. Queensberry ha abbassato la pressione, scelto incontri più adatti e permesso al pugile di ricostruirsi. Itauma potrebbe seguire una versione più dura dello stesso percorso, a patto che il periodo di rilancio serva davvero a correggere i problemi emersi e non solo a rimettere in fila knockout facili.

Su questo punto Fury ha offerto l’osservazione più concreta: «Mettere ko un avversario di basso livello è diverso dal mettere ko un uomo di livello mondiale. Cambiano potenza, durezza, tutto. È completamente diverso. Bisogna trovare il giusto equilibrio: mandarlo contro qualcuno resistente, non troppo pericoloso, capace di prendere colpi e dargli round. Deve abituarsi a fare i round».

È qui che si giocherà il futuro di Itauma. Queensberry dovrà scegliere avversari durevoli, in grado di superare i primi assalti, costringerlo a pensare, a variare la velocità dei colpi e a gestire i momenti morti del match. Il giovane massimo dovrà imparare che non ogni apertura va trasformata in un tentativo di knockout.

Finché non lo farà, il piano Hrgovic resterà disponibile per chiunque lo affronti: muoversi nei primi round, resistere alla potenza, portarlo oltre la zona di comfort e aspettare il calo. Una gestione più prudente può restituire popolarità a Moses Itauma, ma non potrà mascherare per sempre un motore costruito solo per sei round ad alta intensità.

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