Teddy Atlas, il trainer che seguì Mike Tyson durante gli anni dell’adolescenza, ha raccontato una delle esperienze più drammatiche della sua vita: un’aggressione con un coltello che gli costò 400 punti di sutura e che, per un soffio, non gli recise la vena giugulare.
Atlas, che all’epoca lavorava nella palestra di Catskill sotto la guida di Cus D’Amato, venne ferito al volto durante una rissa di strada a Staten Island, New York. Il taglio fu così profondo da richiedere 200 punti di sutura all’interno della guancia e altri 200 all’esterno. La cicatrice rimasta da quella notte è diventata, nel corso dei decenni, uno dei suoi tratti più riconoscibili nel mondo della boxe.
L’attacco con il coltello raccontato da Teddy Atlas
Atlas ha ripercorso l’episodio durante un’intervista al podcast Ring Champs, condivisa recentemente da ATS Fight. Il confronto iniziò dopo che un amico, alla guida dell’auto, passò con il semaforo rosso e tagliò la strada a un’altra vettura.
«Il mio amico guidava, passò con il rosso e tagliò la strada a qualcuno. Si potrebbe dire che tagliò la strada alle persone sbagliate, ma non importa», ha ricordato Atlas.
La situazione degenerò rapidamente. Le due automobili continuarono a ostacolarsi a vicenda fino a quando entrambi i gruppi si fermarono. Dall’altra vettura scesero cinque uomini e Atlas si trovò subito coinvolto in una colluttazione.
Mentre stava affrontando uno degli aggressori, notò che un altro uomo infilava la mano in tasca. «Mentre combattevo con qualcuno, vidi quel ragazzo mettere la mano in tasca e poi tirarla fuori facendo quel movimento. Capii subito di cosa si trattava», ha spiegato.
In quel momento Atlas dovette decidere in una frazione di secondo se allontanarsi o avvicinarsi all’uomo armato. Secondo il suo racconto, la percezione del tempo cambiò completamente.
«La cosa più strana è che tutto rallenta. Succede davvero. Mi resi conto che dovevo prendere una decisione: scappare o avvicinarmi? Decisi di avvicinarmi. Mi mossi molto velocemente, ma lui fu più rapido e colpì dall’alto», ha raccontato.
Il coltello gli attraversò il volto prima che Atlas potesse bloccare l’aggressore. La ferita provocò una grave emorragia e lasciò una cicatrice permanente, ma il danno avrebbe potuto essere ancora più serio.
«Avrei potuto morire»
La lama sfiorò la vena giugulare e i medici temettero che Atlas non riuscisse a sopravvivere. Durante il trasporto in ambulanza, l’allora giovane allenatore sentì alcuni agenti parlare della possibilità che le sue condizioni peggiorassero fino alla morte.
«Ero in ambulanza con i poliziotti e ricordo che dicevano: “Credo che potremmo perderlo”», ha ricordato.
Nonostante la gravità della ferita, Atlas era convinto che suo padre, il dottor Theodore Atlas, avrebbe trovato il modo di salvarlo. «Quando lo sentii, ricordo di aver pensato: “Non capiscono. Mio padre si occuperà di tutto”».
Arrivato in ospedale, continuò a chiedere al personale di contattare il padre. «Quando arrivammo, mi misero sulla barella e mi portarono via di corsa, ricordo di aver detto: “Chiamate il dottor Atlas. Lui si occuperà di tutto. Chiamate il dottor Atlas”».
Un medico gli spiegò che il padre non si trovava lì, ma lo rassicurò dicendogli che un altro professionista avrebbe curato la ferita. Atlas superò l’emergenza, anche se il volto riportò una cicatrice destinata a rimanere per sempre.
Dal lavoro con Mike Tyson al titolo dei pesi massimi
L’aggressione rappresentò un momento decisivo nella vita di Atlas, ma non fermò la sua carriera nel pugilato. Dopo aver lavorato con un giovane Mike Tyson nella palestra di Cus D’Amato a Catskill, il rapporto tra i due si interruppe in seguito a un confronto legato al comportamento del futuro campione.
La frattura venne ricomposta soltanto dopo circa tre decenni. Nel 2013 Tyson si riappacificò con il suo ex allenatore e si scusò con lui, chiudendo una vicenda personale rimasta aperta per molti anni.
Atlas riuscì poi a costruire una carriera di primo piano anche come allenatore. Nel 1994 guidò Michael Moorer alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi contro Evander Holyfield. In seguito è diventato anche un apprezzato commentatore di pugilato.
Riflettendo sull’aggressione, Atlas ha sottolineato che le conseguenze non riguardarono soltanto il suo corpo e la sua carriera. «Ha fatto così tanti danni a me stesso, ma ho capito che stava davvero danneggiando la mia famiglia», ha dichiarato.
Il racconto di quella notte resta quindi legato a due aspetti della sua storia: da una parte il rischio concreto di perdere la vita per una ferita arrivata a pochi centimetri dalla vena giugulare, dall’altra la lunga carriera costruita dopo essere sopravvissuto. I 400 punti di sutura e la cicatrice sul volto continuano a ricordare la decisione presa in quei pochi istanti, quando Atlas scelse di avvicinarsi all’aggressore invece di arretrare.




