Canelo Alvarez si avvicina alla sfida contro Christian Mbilli con una consapevolezza nuova: per la prima volta negli ultimi sei anni salirà sul ring da sfidante, senza una cintura mondiale in vita. Il match del 31 ottobre rappresenta uno snodo cruciale per il campione messicano, chiamato a dimostrare di avere ancora ambizioni, tenuta e fame dopo l’operazione al gomito e la netta sconfitta incassata contro Terence Crawford.
Intervistato da DAZN, Saul “Canelo” Alvarez ha respinto l’idea che questa fase della sua carriera coincida con un obbligo di dimostrare qualcosa agli altri. Il 36enne ha invece ammesso con lucidità alcuni limiti emersi negli ultimi grandi appuntamenti, soprattutto contro pugili più rapidi, capaci di entrare nella corta distanza, colpire e uscire prima che il suo contrattacco potesse partire. Un’autocritica significativa per un fuoriclasse che ha costruito gran parte del proprio successo proprio sulla lettura dei tempi e sul counterpunching.
La lezione più evidente, in questo senso, è arrivata contro Crawford. Poco più di un anno fa, l’americano ha impartito una vera lezione di boxe ad Alvarez, imponendosi ai punti con margine netto. Uno dei cartellini, quello del giudice Steve Weisfeld, recitava 116-112. Al di là del punteggio, la sensazione generale fu chiara: Canelo apparve il pugile più lento e più in difficoltà sul piano della velocità di piedi e di mani, nonostante Crawford fosse anagraficamente più avanti.
Non si tratta però di un problema emerso all’improvviso. Già ai tempi del confronto con Floyd Mayweather, Alvarez aveva mostrato sofferenza contro avversari in grado di gestire ritmo, distanza e mobilità. Pur essendo allora molto più giovane, il messicano non riuscì a tenere il passo delle continue entrate e uscite del fuoriclasse statunitense. Oggi Canelo riconosce apertamente quegli errori e li inserisce in un percorso di apprendimento continuo.
“Ho imparato cosa non devo fare. Si impara da tutto. Ho imparato la mia lezione e continuo sempre a imparare”, ha spiegato Alvarez. “La mia motivazione è l’amore per questo sport. Ogni volta che devo dimostrare qualcosa, finisco per battere un record. Dicono che sono vecchio, dicono questo e quello, ma vedranno”.
Parole che raccontano bene lo stato mentale del messicano alla vigilia di un altro passaggio decisivo. Mbilli, che ha 31 anni, non rappresenta un rivale distante sul piano generazionale, ma arriva con fame, freschezza e la possibilità di firmare la vittoria più importante della carriera. Per questo il combattimento assume un valore che va oltre il semplice risultato: in palio c’è la capacità di Canelo di restare centrale nell’élite dei super medi.
Il suo curriculum, del resto, parla da solo. Alvarez può vantare dieci titoli mondiali principali, due cinture secondarie, tre corone di Ring Magazine e quattro titoli regionali o internazionali. Ancora più rilevante è il fatto di essere stato campione indiscusso in due occasioni diverse, un traguardo che certifica il suo posto tra i grandi della boxe moderna.
Nonostante tutto questo, Canelo sostiene di non combattere per zittire i critici né tantomeno per il denaro, pur restando uno dei pugili più ricchi e influenti del panorama attuale. La sua spinta, dice, nasce ancora dal puro amore per il pugilato. “Non devo dimostrare niente a nessuno. Amo semplicemente questo sport. So di avere ancora qualcosa da realizzare. Ogni volta che entro nell’arena batto qualche record, ed è questo che mi mantiene motivato”.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: siamo davanti all’ultimo grande assalto di Canelo Alvarez alla categoria dei super medi? Il paragone con un campione che prolunga la carriera per passione, continuando comunque a vincere e a riempire le arene, è più che legittimo. Il match contro Christian Mbilli offrirà una risposta importante. Per Alvarez non sarà solo una difesa del proprio prestigio, ma forse l’occasione per riscrivere ancora una volta il finale della sua leggenda.




