In questo nuovo appuntamento della nostra, spero gradita rubrica, vorrei offrire alcuni spunti di riflessione sulla immensa ricchezza umana e sociale che la Nobile Arte racchiude.
In fondo, noi amiamo narrare di Boxe, non solo sotto i profili strettamente attinenti ai fatti e alle circostanze contingenti o pratiche, ma anche a quelli di natura storica, sociologica, filosofica e persino sociale, per dirla in breve: culturale.
Perché, forse più di altre attività sportive, la Boxe è cultura e la letteratura, il cinema, la fotografia o finanche le arti classiche ne sono la testimonianza.
Il mio percorso odierno parte da altre interessanti letture di importanti opere letterarie, due bellissimi libri sulla Boxe le cui copertine allegherò a questo scritto per consentire a chiunque lo voglia di acquistarli
L’opera principale che ha ispirato queste poche riflessioni è il testo del noto sociologo francese Loïc Wacquant: Anima e Corpo. Una fabbrica di Pugili nel ghetto americano.
Egli ha studiato la boxe non solo sotto l’aspetto teorico legato ad una inequivocabile passione che lo ha portato a seguirla, osservarla, commentarla e ragionarvi sopra, bensì lo ha fatto mediante un’esperienza concreta personale, un’esperienza di vita.
La sua celebre etnografia vissuta in prima persona tra il 1988 e il 1991, narra dei suoi tre anni trascorsi ad allenarsi quotidianamente in una palestra di pugilato nel South Side (la Gym Woodlawn) di Chicago, un ghetto afroamericano, segnato da povertà e violenza.
L’autore, infatti, portatore di una sociologia carnale, concreta, vitale, non si è limitato a osservare dall'esterno, ma si è fatto "ricercatore-pugile", perfino salendo sul ring per fare lo sparring e arrivando anche a disputare un incontro di Boxe. Insomma, vivendo sul proprio corpo la fatica, le diete, la disciplina e i rischi dell'allenamento e dell’incontro.
Tra le tante ed interessanti verità che emergono dalla sua opera e che, a breve, tenterò di offrire in una sintesi, spero esaustiva e fruibile, vorrei evidenziarne sin da subito una ovvero, la Palestra diviene un santuario morale.
Per i giovani del ghetto, la palestra, gestita dal Maestro (Coach) DeeDee costituisce e, soprattutto, funziona come una vera e propria istituzione totale e un'isola d'ordine e come tale è riconosciuta ed accolta.
La Palestra ed il suo Maestro propongono regole chiare, un'etica del lavoro e una via di fuga dalla strada e dalla disintegrazione sociale, ma ne pretendono il rispetto e l’applicazione.
In questa opera intellettualmente stimolante la Boxe viene analizzata anche come un mestiere destinato a persone relegate in posizioni sociali spesso difficili e marginali.
Ma essa è dotata di un sapere incorporato, frutto di un’istintiva naturalezza perfezionata dalla Strategia, dalla Tecnica e dalla Tattica, dove la mente e il corpo lavorano in simbiosi attraverso gesti ripetuti che diventano una seconda natura, tanto da fondersi e armonizzarsi così da esprimere dinamicità, forza potenza e, perfino quella pratica civilmente selvaggia che si conclude con l’abbraccio ammirato, rispettoso e fraterno tra i due combattenti leali.
Operare un’analisi delle pratiche di vita quotidiane di frequentatori abituali di una Palestra di Pugilato nel cuore del ghetto nero di Chicago significa considerare tutti gli agenti sociali che vi operano, ma vuol dire anche comprendere che i protagonisti sono persone.
Ciò impone ad un ricercatore di offrire un “report” che restituisca una dimensione umana, emotiva, sociale e carnale dell’esistenza.
Allo stesso tempo, obbliga l’osservatore a dare conto di come il corpo possa diventare un mezzo per raggiungere quanto meno, una consapevolezza di sé e lo stesso autore, il quale salirà sul ring alla fine di un duro apprendistato, lo sperimenta.
Ed allora, in aggiunta a quanto ha messo in luce Wacquant, credo di poter affermare che la Palestra assume una funzione nuova ed ulteriore, non è più un luogo ove si esprime fatica fisica e si apprende un modo di combattere, ma è lo strumento di conoscenza di sé stessi e degli altri, un luogo di socialità e fratellanza, ove tutti sono inclusi in nome di una stessa passione, di uno stesso obiettivo e, più che mai, della stessa esigenza di trovare motivazioni e stimoli.
Non può sfuggire, quindi, come lo sguardo dell’autore, ma anche il nostro, cadano sui rapporti che legano la strada e la cultura di strada al ring.
Il microcosmo della palestra offre una possibilità, fa intravedere una via d’uscita rispetto a situazioni che sembrano avere un destino segnato.
E, a mio avviso, le periferie più complesse e difficili delle nostre città sono certamente assimilabili al ghetto nero di Chicago cui fa riferimento lo studio di Wacquant, sebbene non siano uguali.
Interessante, nell’opera in esame, è osservare come lo studioso francese sarà costretto ad affrontare molte prove per guadagnare il suo ingresso al campo, conquistare determinati rapporti di fiducia e, innanzitutto, apprendere la Nobile Arte.
Certamente, egli sa utilizzare la palestra come finestra per studiare il ghetto, non isolando l’oggetto di ricerca, ma mettendo la palestra in relazione con il contesto urbano che la circonda.
Ed è, secondo me, proprio questa la proposta più stimolante dell’opera, esattamente perché le Palestre di Boxe, non di rado, sono ubicate in quartieri periferici delle città, ove i contesti sociali sono di particolare complessità ed ove convivono realtà diverse e conflittuali come situazioni di degrado e centri di aggregazione di grande valenza (biblioteche, teatri, centri sperimentali ecc.), attività lecite e benemerite con attività illecite e criminali e così via.
Ed allora, ritengo rilevante segnalare come la Palestra di Boxe, il suo Maestro, attraggano ogni tipo di persona, ma a volte pedagogicamente riescano ad offrire possibilità ed alternative, senza dubbio motivazioni, verso scelte di vita positive.
Indimenticabili per chi, come me, vive, insegna e possiede da decenni Palestre di Boxe, sono le descrizioni degli odori (l’immancabile lezzo dei guantoni usati), dei rumori (i colpi e l’oscillazione dei sacchi), delle musiche che inondano la Palestra, tutto in un linguaggio accademico, prescindendo dal senso musicale.
In merito a quanto concerne il materiale usato quale fondamento della sua opera, lo studioso francese, oltre a ricostruire le storie di vita dei principali membri della palestra, “i Boys and Girls Club of Woodlawn, on street 63”, una delle più devastate dal quartiere, utilizza le centinaia di conversazioni approfondite con pugili in attività, professionisti, allenatori e manager, raccoglie un grandissimo numero di interessanti testimonianze sulla Boxe “vivente”, visitando decine di altre palestre negli Stati Uniti ma anche nel vecchio continente.
Per fare ciò Wacquant conquista la fiducia dello storico allenatore della palestra, DeeDee e i suoi pugili e sceglie di guardare il mondo della Boxe da tutte le angolazioni possibili: pugile, allenatore, fotografo, assistente all’angolo, sparring partner, supporter.
Ma non gli basta, egli decide di seguire i protagonisti della sua ricerca fuori dalla palestra, nelle loro case, alla ricerca di un lavoro nel quartiere o mentre sono impegnati a fare “affari” all’interno del ghetto.
Perché optare per un approccio così totale? Molto verosimilmente perché lo studioso ha voluto evitare lo sguardo esotico, ma distaccato ed inconsapevole, attraverso il quale si è solitamente rappresentato il mondo della Boxe.
Al contrario Wacquant si è concentrato sullo spazio della palestra, sulle pratiche di vita quotidiane di un gruppo di Pugili che probabilmente non diverranno mai campioni del mondo ma, per salire sul ring e acquisire lo status di Pugile hanno dovuto allenarsi duramente, riprodurre quotidianamente le pratiche sulle quali si fonda questa disciplina sportiva.
La Gym, come la chiamano a Chicago, che descrive Wacquant è una vera e propria istituzione complessa e densa di funzioni che, però, non si svelano a prima vista agli occhi di un osservatore esterno.
E condivido con l’autore la constatazione che la Palestra ha certamente una doppia valenza.
La prima, importante e complicata, ovvero dare forma al Corpo, alla Mente, ed all’Anima di una persona che vuol essere un/una Pugile.
La seconda, altrettanto complessa, ossia riconoscere che la Palestra divenga anche l’epicentro, il rifugio che allontana i giovani (e meno giovani) dal ghetto, dalla strada e che insegni loro l’autodisciplina.
Da questo punto di vista il ghetto e la Palestra si trovano ad avere una duplice relazione.
Da un lato, sono in un rapporto di continuità, non a caso spesso i migliori Pugili provengono dalla strada.
Dall’altro lato, invece, si trovano in posizione di antagonismo, l’allenatore DeeDee è il primo che spiega ai pugili appena entrati in Palestra la differenza tra “fare a botte” e “boxare”.
Ma l’analisi di Wacquant va oltre e si concentra anche sugli aspetti sociali e migratori cogenti sul territorio statunitense che la Palestra consente di registrare.
Egli rileva come la maggior parte, non tutti, dei Pugili provenga dalle classi popolari di diverse origini etniche.
A Chicago, la prima etnia pugilistica è stata di origine irlandese, a seguire quella ebraica dell’Europa centrale, poi italiana e successivamente nera, mentre più recentemente, ispanica.
Non sfuggirà che anche nel nostro Paese e nelle nostre Palestre di Pugilato sempre più di sovente si registrano queste positive differenze etniche.
Per tutti questi agenti sociali la palestra di Woodlawn ha rappresentato un’istituzione semi-totale, che ha condizionato la loro fruizione del tempo e dello spazio, la gestione del corpo e i loro desideri.
Il rapporto stesso che i Pugili hanno con l’allenatore DeeDee assume le caratteristiche di una relazione padre-figlio.
Ed allora, come non riconoscerci in ognuna di queste considerazioni e descrizioni riguardanti i contesti sociali e le dinamiche umane che si sviluppano nelle Palestre di Boxe?
Non vi è dubbio che debbano esservi dei limiti chiari e che sia proprio il buon Maestro a doverli fissare.
Intendo dire che il rapporto umano tra Maestro e Pugile non può e non deve trascendere in una dipendenza affettiva e in un una relazione di totale abbandono all’autorità “paterna”, che decide il destino delle loro carriere. Ciò sarebbe ed è sbagliato e pericoloso per il Pugile stesso.
Condivisibile, secondo il mio punto di vista, la comparazione della Nobile Arte in tutto e per tutto a un mestiere manuale qualificato e ripetitivo, un’occupazione faticosa che i Pugili considerino sia uno sport, sia un duro lavoro, che richiede sacrifici molto onerosi.
Allo stesso modo reputo apprezzabile l’osservazione di Wacquant su come il pugilato venga insegnato. La Nobile Arte, infatti, il suo processo di insegnamento/apprendimento, decostruisce determinate dicotomie.
Innanzitutto, la Boxe costituisce il paradosso di uno sport individuale il cui apprendimento non può che essere collettivo e, inoltre, essa non può essere appresa solo tramite scritti o manuali, poiché un colpo si impara solo ripetendo un gesto per migliaia di volte.
In altri termini l’insegnamento di una pratica corporea racchiude un insieme di questioni teoriche che, però, devono essere immediatamente messe in continua e costante pratica.
Purtroppo, la Palestra di Woodlawn, dove l’autore ha conosciuto il Pugilato, lo ha praticato e studiato chiuderà i battenti poco dopo la sua ricerca.
Uno dei suoi pugili commenterà, una volta saputo dell’imminente chiusura: “Sarebbe come rubare ai bambini la loro casa. Ci sono un sacco di giovani nel quartiere, lo sai, che si trascinano in strada. Ci sono ragazzi più grandi, che provano a smetterla con la bottiglia, lasciare perdere le canne, la droga e quella roba lì, che vengono in sala, a cercare di darsi una ripulita”.
Dopo il suo incontro, il Maestro DeeDee all’angolo, gli dirà: “Non ci sarà una prossima volta. Hai fatto il tuo incontro. Ne hai abbastanza per scrivere quel tuo cavolo di libro, adesso. Non hai bisogno di salire sul ring, tu”.
C’è veramente molto nelle frasi che ho voluto riferivi.
La prima sintetizza la grandissima importanza di una struttura sportiva in un contesto sociale difficile ove l’illegalità cerca, sgomitando, spazi di espansione. Ebbene proprio lì una Palestra di Pugilato può rappresentare la via per lasciar perdere la bottiglia o la droga e “darsi una ripulita”
Il bellissimo centro di Caivano ne è un esempio, così come le mille palestre nelle periferie delle nostre città.
La seconda frase evoca una constatazione tanto inequivocabile quanto vera e ragionevole, ovvero che per salire sul ring, per battersi prima di tutto contro sé stessi, occorre averne bisogno, sentirne la necessità, sentirsi a proprio agio tra le sedici corde.
In pari guisa, per essere Maestro occorre avere una scintilla (come disse il grande ed indimenticato nostro Campione Nino Benvenuti), quella scintilla che ci induce ad insegnare la Nobile Arte senza pretese, che lo rende inevitabile qualsiasi cosa accada, che ci fa rinunciare a molto perché ci sentiamo a casa quando siamo all’angolo
Rolando Grossi




